DI PALO IN FRASCA CERCANDO IL PELO NEL L'UOVO

di Lucius F. Schlinger

da Punto d’incontro , Febbraio 2000

 

 

Partendo da due vecchi modi di dire questa nota presenta qualche argomento linguistico che può interessare, anche senza pretese di completezza e sistematicità che si potrà forse trovare in altra occasione in un discorso più vasto. Sempre, naturalmente, con la disponibilità a considerare eventuali suggerimenti dei lettori.

Su argomenti per certi versi abbastanza simili Punto D'Incontro ha già pubblicato un mio articolo nel 1998: Attenti ai generi e non diamo i numeri.

Vediamo subito alcune delikatessen: il verbo relazionare, viene spesso usato per riferire, facendolo correttamente derivare da relazione che è appunto l'atto del riferire. Ma anche se ormai tale uso si può intendere da qualcuno con una sfumatura di significato autonomo, ciò non toglie che l'origine della parola sia nel latino rèfero di cui relàtum è il supino dal quale si forma il participio passato e lo stesso sostantivo relàtio. (Il lettore perdonerà in questo pezzo l'uso degli accenti anziché delle brevi e lunghe latine). In altri termini relazionare appare goffo ed inutile quando c'è già riferire e si può comunque correttamente/are una relazione.

Altrettanto goffo ed inutile appare posizionare per porre o mettere in posizione. Ma credo che si tratti di peccati ormai considerati veniali che è bene scoraggiare decisamente pur senza anatemi, sempre pensando che sovrano, in ogni lingua, è infine l'uso. Chi perderebbe ancora tempo per ribadire ulteriormente la condanna per la diffusissima e pur scorrettissima espressione il più acerrimo nemico?

In qualche altro caso si può forse tentare di fare un po' di chiarezza. Se gli eventi che interessano in vario modo il cielo sono seppur in diverso modo collegati all'idea di meteora, sia quando si tratti di fatti del clima, sia quando ci si riferisca ad oggetti provenienti da fuori dell'atmosfera (distinzione che in altre età non fu sempre perfettamente chiara), la scienza che se ne occupa sarà la meteorologia e pertanto l'uso, ancora per fortuna soprattutto nel linguaggio parlato, dell'aggettivo metereologico non dovrebbe diffondersi ulteriormente. Ricollegandoci di passaggio all'articolo su generi e numeri potremo ricordare che il femminile potrà essere usato anche per nuove professioni che si stanno oggi aprendo alle donne, senza necessità di inventare nuovi termini. La carabiniera, poliziotta, commissaria, come la tenente (genere comune) e simili termini andranno bene per le donne che potranno essere chiamate a svolgere certi compiti, andando a far compagnia ad avvocata, senatrice, ministra, vigile, ammiraglia, capitana ed altri già ricordati nel precedente articolo.

E per fedeltà al titolo si cambia tema suggerendo in questo caso un termine improprio da lasciar cadere dall'uso, anche se, nel migliore dei casi, dovrà passare molta acqua sotto i ponti perché ciò possa avvenire, mentre ci si avvia verso cenni di critica del linguaggio in ambito artistico e musicale.

Si definisce in genere la poesia lirica come quella che presenta composizioni di solito legate a momenti, descrizioni, espressione di sensazioni individuali o anche collegabili a gruppi e società, ma sempre risolte in un ambito ed in una forma non di grande complessità e durata come avviene invece per gli altri generi classici, la poesia epica che è narrazione anche di storie assai estese e quella drammatica, o anche il dramma in prosa universalmente in uso. Si diceva lirica, come è ben noto, perché questa espressione era normalmente destinata ad essere accompagnata dalla lira e fino ad oggi abbiamo avuto una grande moltitudine di composizioni di tipo lirico accompagnate o meno dai più vari strumenti.

In genere potremmo dire che quelle che si chiamano in italiano canzoni sono composizioni di tipo lirico e tali sono ad esempio anche i Lieder di tradizione germanica, dalle origini ai giorni nostri, le canzoni popolari e "colte" di ogni specie e di ogni paese. In tal senso appare del tutto impropria la definizione di musica lirica per definire il melodramma cioè il dramma in musica, appunto, anche se la cosa si può forse comprendere per l'abitudine di eseguire ed ascoltare spesso brani staccati che possono avere appunto anche caratteri lirici.

E fatalmente ci si dovrà anche occupare della definizione di musica "classica" che vuol dire tutto e nulla.

Si può parlare di musica classica anche quando è recentissima o appena nata? Così facendo si dà al termine classico quasi il senso di un genere fissato una volta per tutte e non acquisito nel corso della storia. I musicisti di questi ultimi anni, e prima di loro Igor Strawinsky o Bela Bartók hanno detto forse di scrivere opere classiche? No, è la storia che le ha potute rendere tali. In realtà per classico s'intende ciò che può essere un modello nella sua specie, secondo il termine che i latini usavano per definire i cittadini della prima classis e poi gli scrittori considerati modelli da studiare ed eventualmente imitare.

Si dovrà parlare piuttosto di musica più o meno antica poi medievale, poi rinascimentale e quindi già in un certo senso classica anche perché contemporanea della letteratura e dell'arte che comune-


 

mente si definiscono anch'esse classiche (seppure in maniera diversa da quelle dell'antichità greca e latina). Poi si definirà classica in un senso storico più determinato quella del settecento e del primo ottocento, senza dimenticare quella più specificamente romantica e di varie altre tendenze ed infine di quella che arriva fino ai giorni nostri. Non vale a nulla parlare di musica classica contrapposta a quella leggera cui in senso generico possono essere riferiti, magari tra molte coppie di virgolette, anche gli stessi lieder di Franz Schubert - grandissimo sempre, ma nel

campo del lied il più grande di tutti - ed altre opere tra le più alte della storia, spesso di contenuto serissimo, anche drammatico o tragico, così come tanti aspetti delle musiche popolari tradizionali e moderne. Opere quindi spesso tutt'altro che leggere benché l'origine della definizione sia proprio da collegare al fatto che tali musiche presentavano caratteri diversi dalla musica "seria". Forse dovremmo farci capire senza tante etichette, ma ci vorrà un impegno diverso e maggiore, ben al di là dell'ambito dei brevi cenni di questo articolo. Ed a proposito (o quasi) perché

Piero Angela, con tutti i meriti culturali che nessuno sogna di togliergli, si è ostinato per tanto tempo a presentare in certe trasmissioni una ridicola versione "modernizzata", in realtà vecchia come la pratica del plagio, della famosa aria della III Suite di Johann Sebastian Bach? Non è il modo migliore di ricercare Vaudience, che del resto non manca. Forse è un capriccio, una banalità di quelle che possono investire anche persone assai intelligenti.

Il guaio è che in tale maniera si incoraggiano di fatto certe squallide operazioni.


 


 

IL GREMBO DA CUI NACQUE

Mentre preparavo per la rivista un pezzo sul linguaggio con caratteri dichiarati di divagazione, si sono sentite notizie assai allarmanti dall'Austria che è (ahinoi!) oltre che la patria di Schubert, anche quella di tale Jòrge Haider che con il grande Franz non ha ovviamente nulla a che vedere, mentre molto ha in comune con Hitler & complici. Ma forse non vi sarebbe stato spazio per un articolo a parte, mentre per questa nota breve si potrà sperare di trovare un angolo. Mi sono davvero sentito a disagio nel divagare mentre i fatti facevano già ripensare ad una storia che qualche grosso gruppo di fanatici vorrebbe pur con qualche distinguo formale, far tornare attuale in tutto il suo orrore tra le giustissime e massicce proteste dei democratici austriaci che ricordano come anche Hitler sia andato al potere facendo il "democratico". Intanto, mentre si muovono Israele e gli USA, in Europa non tutti sembrano ancora reagire in modo ben determinato ed ancora non si vedono manifestazioni popolari adeguate alla gravità dei fatti. In particolare noi in Italia dovremmo sempre tener presente che Hitler ebbe come "interlocutore" Mussolini e che d'accordo con lui potè agire a lungo senza troppi problemi fino all'Anschluss, dopo il quale ebbe alle "elezioni" in Austria, come ricorda Brecht nelle note a La resistibile ascesa di Arturo Ui, il 98% dei voti e si giunse in seguito al vergognoso smembramento e poi all'occupazione della Cecoslovacchia democratica nel 1938, grazie all'inerzia delle altre potenze che pure erano state invitate ad unirsi contro il nazifascismo e che lasciarono invece passare ancora quasi un anno prima di capire con l'invasione della Polonia come la resistibile ascesa fosse andata tragicamente avanti in modo insostenibile. Ma, ci rammenta sempre Brecht, il grembo da cui nacque è ancor fecondo.

Qui non siamo più davvero a far divagazioni. Si tratta di ben altro. Certamente a tali temi così drammaticamente attuali Punto D'Incontro, anche se non è ovviamente un quotidiano o un settimanale, saprà dedicare nei modi migliori la necessaria attenzione.

Lucius F. Schlinger


 

 


 


 


 


 


 


 

- dalla Rivista Punto d’incontro di Lanciano (CH ) - anno 2002


 

Lucius F. Schlinger

 

Privato più bello per chi?

= Con un intervento di Auretta Giovannini =


 

Nel corso del 2001 è andata di gran carriera la corsa alle privatizzazioni, già iniziata dal governo di "centrosinistra" e fatta propria da quello di centrodestra. In pratica è da tempo in atto un'azione politica ed una martellante campagna pubblicitaria all'insegna del tutto privato. Ma per contrapporsi allo stato padrone? No, per dare ai privati padroni la possibilità di controllare tutte le risorse, quindi per eliminare di fatto qualunque forma di proprietà pubblica, anche quelle delle province, delle regioni, dei comuni, delle comunità montane e delle tante altre possibili associazioni di enti pubblici locali, così come il fastidio della presenza di certe cooperative. Non dobbiamo infatti accettare l'equivalenza che si vorrebbe far passare: Pubblico = statale = gestione burocratica lontana dai cittadini ed insensibile a richieste, critiche, proteste e contestazioni da parte loro. Forse gli imprenditori privati o le loro associazioni, o le caritatevoli multinazionali che usano il lavoro di tanti per i loro interessi sono loro più vicine ed in genere più sensibili, più buone?

Per quanto lo consentono i limiti di un articolo, anche senza pretese di analisi dettagliate di tante situazioni possiamo intanto dichiarare che a nostro avviso l'essenza della democrazia consiste nel porre il popolo, cioè tutti noi, in condizioni tali da non dover obbedire ad altri che a se stesso, ovvero nell'affidare tutto il potere al popolo. Ciò non avviene quando i mezzi di produzione, l'informazione, la giustizia, la sanità, la scuola, etc. siano di fatto sotto il controllo di gruppi di potere privati, interni ai vari stati o internazionali che essi siano. Certo è vero che gruppi di potere si possono costituire anche per il controllo di enti locali o statali, ma così viene a mancare la condizione che abbiamo definito essenziale ed il popolo è costretto ad obbedire non a se stesso ma ad altri. Ma su ciò potremo tornare in seguito.

Può darsi che vi siano altri temi oggi egualmente importanti e ad essi torneremo a riferirci, dopo i cenni generali che dedichiamo loro ora ma, nell'attuale fase di evoluzione della società europea nessuno è più drammaticamente attuale di quello della scuola e dell'istruzione in genere. Soprattutto in relazione alle ultime "riforme" del centrodestra, che in parte continuano quelle del centrosinistra, ma giungono a fare anche quello che sembrava impossibile, cioè peggiorarle. Quindi in presenza, per quanto riguarda l'Italia, di controriforme che ci vengono spiattellate dal centrodestra ad ogni cena ignorando o contraddicendo quelle in precedenza presentate a colazione, spuntino di metà mattina, pranzo, merenda e che saranno smentite da quella della cena di mezzanotte, ci siamo rivolti ad Auretta Giovannini, da anni docente di Storia dell'Arte presso l'istituto Statale d'Arte Scuola del Libro di Urbino, lasciandole naturalmente la scelta sulla possibilità di rispondere in modo più o meno completo alle domande, di raggrupparle o di articolarle ulteriormente ma chiedendole intanto in particolare:


 

- In che senso certe tendenze alla privatizzazione di tutti i servizi incidono già nell'azione dell'attuale governo? Con quali prospettive?

- La riforma preannunciata dal Ministero della Pubblica Istruzione (sarà un termine scandaloso?) tende davvero a fare ordine ed a garantire a tutti i cittadini il diritto fondamentale all'istruzione di base e le prospettive di prosecuzione fino ai gradi più alti degli studi prevista come diritto essenziale dalla Costituzione della Repubblica Italiana?

- Come si potranno collegare gli studenti italiani con quelli degli altri paesi europei e di aree geopolitiche anche più lontane in una situazione di sempre maggiore interdipendenza dei sistemi scolastici ed in genere dell'istruzione e della cultura?

- Quanto e 'è di non ancora ben definito nella riforma ?

- Infine (domanda innocente) vi sono discipline particolarmente privilegiate o maltrattate?

Ed ecco la risposta:

«L'unica componente veramente democratica convocata agli "Stati generali della Scuola" era costituita dagli studenti eletti nelle Consulte provinciali. Questi, pur essendo stati in vari modi zittiti sono riusciti, spalleggiati dalle migliaia di giovani non invitati, a far sentire la loro voce dissenziente e a intralciare il cammino del "Rapporto Bertagna" *sembrava rappresentare in toto la riforma della scuola. È però significativo il fatto che lo stesso Rapporto Bertagna sia stato in gran parte recepito nella Legge Delega per la definizione delle Norme generali sull'istruzione e sui livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale che ha contemporaneamente abrogato la Legge n. 30 del 10 febbraio 2000 e delegato il Governo ad emanare entro 24 mesi i decreti legislativi attuativi.

Dai sei Articoli di cui è composta la Legge Delega si evince

la primaria volontà di negare tutto quello che era già stato realizzato dalla Riforma Berlinguer, sia per quanto concerne lo "spirito", sia per quanto riguarda il riordino dei cicli, già congelato. Stessa sorte ha avuto la Sperimentazione dell'Autonomia didattica ed organizzativa con la soppressione dell'Organico Funzionale di Istituto già funzionante in vari Istituti Scolastici dell'Istruzione secondaria. Che fine faranno i "Docenti Risorse" che sicuramente hanno contribuito al miglioramento della loro offerta formativa? Con una strana "Disposizione Ministeriale" sono già stati soppressi i C.S.I., organismi regionali di supporto didattico che avevano appena cominciato a funzionare.

Anche gli Organi Collegiali saranno ampiamente modificati e non in senso più democratico, vedasi in proposito il Disegno di Legge approvato dalla VII Commissione della Camera il 28-02-02 relativo alle norme concernenti il governo delle istituzioni scolastiche, dove viene drasticamente ridotto il molo dei Collegi Docenti e dei Consigli di Classe.

Il rischio è quello di una gestione della scuola prettamente burocratica e autoritaria e cioè di una "privatizzazione" dei metodi gestionali nella stessa scuola pubblica che si avvia a diventare sempre più azienda. C'è in atto quindi non solo il tentativo di valorizzare un certo tipo di scuola privata, ma anche quello di trasferirne le peggiori caratteristiche nella scuola statale usando argomenti equivoci. Il primo consiste nel presentare la scuola privata come alternativa migliore e quindi come un atto democratico il dare alle famiglie la possibilità di sceglierla. Come se non sapessimo che in Italia quella privata è in genere scuola confessionale o rappresentativa di tendenze politiche (si pensi a una scuola "padana") e non garantisce il libero confronto delle idee mentre garantisce, a chi più paga, promozioni impensabili in quella pubblica. Trovo doppiamente equivoco far passare un effettivo finanziamento alla scuola privata come un "aiuto alle famiglie" perché esse possano "liberamente scegliere" scavalcando la Costituzione italiana che a questo proposito è assai chiara. Rabbrividisco quando sento dire che un alunno costa allo Stato una certa somma ogni anno e che quindi la stessa cifra può essere data, attraverso le famiglie, alla scuola privata che svolge le stesse funzioni di quella pubblica e che allo Stato non costa nulla.

Innanzi tutto la scuola non può essere considerata, in uno stato democratico, come un costo, ma come il più importante investimento per il futuro. Se lasciamo passare il concetto di costo dobbiamo anche accettare che si applichino alla scuola, come in parte si sta già facendo, criteri di gestione aziendale, primo fra tutti quello del risparmio. Basti pensare ai tagli che il governo, complice il ministro Moratti, ha operato attraverso la Finanziaria, andando a modificare di fatto e non nella appropriata sede contrattuale, cose di poco conto come gli orari di cattedra degli insegnanti e gli Esami di stato. A chi giova e che garanzie di obiettività dà una commissione tutta intema (naturalmente anche per gli istituti paritari) che, pare, dal prossimo anno, confezionerà in loco la prima e la seconda prova? Che senso ha proporre un esame di stato in cui i candidati non sono neppure sottoposti alle stesse prove e quindi alle stesse difficoltà? E il buon funzionamento di una scuola si giudicherà sicuramente partendo dagli esiti di questi nuovi esami che eliminano anche quell'importante momento di confronto e verifica dei metodi didattici che era proprio garantito dall'incontro di docenti di scuole diverse. L'ultima richiesta del Ministro, arrivata or ora, chiede, per garantire un esame più serio e selettivo, di dedicare meno spazio alla discussione delle tesine interdisciplinari e maggiore alle interrogazioni frontali. Nel contempo si scopre che, nella loro ansia di risparmio i Ministri non si sono neppure ricordati di provvedere ai fondi necessari per pagare le prestazioni dei Presidenti e dei Docenti impegnati negli esami. Forse sarà ancora più economico abolirli del tutto questi ancora troppo costosi esami? E dare il via allo smantellamento della Scuola Pubblica, facendola funzionare sempre peggio, non sarebbe più economico ancora?

Io spero molto negli studenti che oggi mi sembra si siano svegliati da una specie di letargo provocato forse dal fatto che negli ultimi anni l'acquisizione facile dei loro diritti aveva messo in ombra i loro doveri. Nel momento in cui si sono sentiti direttamente minacciati hanno riscoperto con ugual forza il valore dei diritti e quello dei doveri. Spero solo che gli impegni di fine anno scolastico e le vacanze estive non smorzino troppo il loro coinvolgimento. Sicuramente sono in grado di utilizzare tutti i mezzi della moderna comunicazione per farsi sentire in Italia e altrove.

Infine, per rispondere all'ultima domanda, devo dire che, se certe sperimentazioni hanno fatto crescere il numero delle discipline scolastiche, lo hanno fatto per rispondere ad esigenze di tipo culturale nell'ottica di una formazione poliedrica cosi come richiesto dalla società di oggi. Può essere comprensibile una ri-definizione più specifica dei curricula dei diversi tipi di Scuola Superiore, ma pensare di trasformare discipline quali la Storia dell"Arte, l'Informatica, l'Educazione Fisica o qualunque altra in "opzionale a pagamento" mi sembra quanto di più stupidamente classista si possa proporre per la scuola pubblica».

Ma proseguiamo ringraziando Auretta Giovannini per il suo fondamentale intervento. Nel campo della Sanità le cose non sono diverse per quanto riguarda il dilemma pubblico-privato ed in particolare il tutto privato che si vorrebbe imporre. In tal senso si dovrà pur vedere la situazione di altri paesi tra i quali la Russia che tanti notiziari radiotelevisivi hanno mostrato in preda al freddo ed alla fame, senza quelle garanzie di protezione sociale che perfino i più deboli e screditati governi dell'ultima stagione ancora socialisteggiante erano in grado di assicurare a tutta la popolazione. Intanto in Jugoslavia, tuttora smembrata, dopo la cura delle bombe all'uranio, le mafie sostenute in ogni modo, anche naturalmente a suon di dollari, marchi e fors'anco dracme e lire hanno vinto - per ora - e sono riuscite attraverso le privatizzazioni ad ottenere il crollo di qualunque garanzia di sviluppo democratico, che il governo di Milosevic (che non vogliamo affatto santificare) aveva faticosamente mantenuto nonostante il linciaggio morale e la campa'gna di menzogne che molti mezzi di informazione, sovvenzionati, controllati o meglio padroneggiati da USA & C. e non soppressi dal governo, avevano sistematicamente praticato.

Ma anche i "ricchissimi" USA sperimentano tuttora la tragica situazione di miseria che incombe su milioni di persone e l'incertezza delle prospettive anche per molti che non vivono in miseria ma che potrebbero essere spinti in tale condizione da fatti purtroppo comuni quali gravi malattie o incidenti per porre rimedio ai quali occorrano cure, trattamenti specifici, assistenza che in regime "liberistico" chiunque può ottenere liberamente pagando anche se non ha un dollaro per pagare perché, ad esempio, inabile al lavoro o semplicemente disoccupato. In tal caso la libertà garantita dal liberismo è quella di morire o di vegetare senza poter risolvere i problemi legati a mali invalidanti per mancanza di denaro. In pratica è il contrario della libertà almeno per chi non confonde questa con il liberismo che, come sistema nel quale ognuno è libero di calpestare i diritti dei più deboli dovrebbe forse meglio essere definito privatismo per evitare, appunto, confusioni. Ciò che fa al suo intemo la superpotenza egemone tenta di farlo a maggior "ragione" fuori dei suoi confini, ammesso che essa consideri qualcuno al di fuori dei suoi confini e non veda delirando, ciò che i maligni pensano, come un suo affare privato la Terra intera con cui si comporta - per usare le parole dell'americanissimo Noam Chomsky come il mafioso quando chiede il pizzo.


 

Le situazioni di Cile e Argentina e cosi quelle di varò paesi del cosiddetto "terzo mondo" sono tragiche, come risulta dalle cronache di questo 2002 con indebitamenti colossali su cui i buoni governi del "libero" Occidente intervengono offrendo prestiti con tassi di interesse tali che una combriccola di usurai non potrebbe far peggio. Alcuni vorrebbero introdurre il sistema americano anche in tutta Europa, Italia compresa, per trasformare il diritto alla salute, previsto in vari modi dalle costituzioni europee ed in maniera limpidissima da quella italiana, in un optional, come dicono certe persone istruite che si può ottenere con il pagamento del pizzo questa volta all'interno dei vari stati. Naturalmente, in un sistema che per i meno abbienti non prevede neppure le cure indispensabili per la sopravvivenza è drammaticamente privo di senso parlare di prevenzione, sia in termini di promozione delle condizioni ambientali, di lavoro, di relazioni sociali, di centri di orientamento igienico-sanitario che la rendano possibile, sia in termini di possibilità di cure primarie e di diagnosi precoce delle malattie. È compito degli uomini civili battersi per rimuovere tutti gli ostacoli che si oppongono alla realizzazione del diritto alla salute per tutti. Ma non è interesse di questo sistema di rapporti nel quale la disuguaglianza è l'essenza, il fine perseguito perché mezzo per mantenere il potere.

Va da sé che quando ci si auloproclama incarnazione della libertà e della democrazia, si possa tendere ad amministrare anche la giustizia secondo i propri sacrosanti interessi, sempre sulla base del privatismo per il quale, al di là dell'elargizione di qualche briciola, ferma resta la cara vecchia massima Mors tua vita mea. Così è nato ad esempio il partito Forza Italia che di fatto si è appropriato di una espressione usitatissima per sostenere il nostro Paese, le sue risorse culturali, artistiche, sportive, di fatto tentando di privatizzare un'espressione che era di tutti insieme al colore azzurro (tra l'altro il nostro preferito): un comportamento opportunistico ed un imbroglio che dovevano essere rigorosamente evitati.

Veniamo ai trasporti: da un lato trasporti pubblici (statali, o di aziende comunali, o di altri enti locali) ferrovie. Dall'altro autocarri e autobus privati, auto private a iosa. I terribili costi in denaro di questi ultimi impallidiscono di fronte all'immane tragedia dei costi sociali per la politica del tutto su gomma. A vantaggio di chi? Quanti sono in proporzione i morti ed i feriti sulle strade e nel trasposto privato in confronto a quelli sulle ferrovie e nei trasporti pubblici? E non si sviluppano i trasporti pubblici proprio per far guadagnare chi già con auto e simili ha patrimoni immensi?* Ma si veda poi cosa succede alla FIAT nonostante tutti i finanziamenti pubblici che ha indebitamente ricevuto.

Forse le ferrovie andrebbero bene ma private, come private sono le linee aeree e marittime. Così i soliti benefattori dell'umanità guadagnerebbero correttamente cento volte più del limite dell'indecenza. Ma il problema, per qualcuno è proprio il controllo delle risorse, non necessariamente attraverso lo stato padrone, ma attraverso la cooperazione, gli enti locali etc. Non è possibile ritenersi ed essere liberi senza esercitare un controllo sulle risorse che debbono essere destinate a nutrirsi, curarsi dalle malattie, spostarsi nei vari paesi etc. 0 riteniamo giusto che qualcuno ci dica che cosa, come, quanto, quando e se mangiare, bere, curarci, muoverci di casa a seconda di quello che fa piacere a lui? Però il singolo privato cittadino i cui diritti dovrebbero essere garantiti insieme a quelli della collettività, non gode in questo sistema "liberistico" neppure della libertà di destinare a chi vuole il famoso 8 per mille delle imposte da lui pagate. Perché solo allo Stato o a certe chiese e comunità del genere? Perché non ad organizzazioni nazionali o intemazionali liberamente scelte? Medici senza frontiere o Italia-Cuba per noi sarebbero ottime destinazioni cui potrebbero affiancarsi liberamente altre. Di fatto il liberismo è dunque negatore delle libertà. E solo privatismo.

Ora anche la Rai dovrebbe vendere uno o due canali su tre. Chi li comprasse avrebbe qualche interesse, no? Ma l'interesse dei cittadini è fare gli interessi di privati pesciolini o anche di pesci medi e grossi fino ai pescicani? Poiché siamo per la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e per una forte presenza pubblica nel settore delle comunicazioni come garanzia per la libertà di tutti, non siamo ovviamente d'accordo su questa mania delle privatizzazioni che già con il governo sedicente di centrosinistra ha condotto a prospettare di fatto anche la privatizzazione del servizio militare. Una questione di principio e di sostanza, questa, importante quanto quella della scuola e dei mezzi di comunicazione di massa accentrati in mani private. Poiché non confondiamo la moderazione con il moderatismo, desideriamo ricordare che la difesa della Patria è stata considerata dovere sacro (in senso generale, valido per tutti) del cittadino. La ferma obbligatoria, un tempo inutilmente lunga, diciotto mesi con centomila unduè e poche briciole distorte ed insignificanti di addestramento militare, con assurde persecuzioni per gli obiettori di coscienza, viene ridotta dalla prospettiva attuale a zero, consegnando al regime di privatizzazione anche la difesa della patria. Una vergogna per l'Italia cui speriamo l'Europa non si adegui. Circa tre o quattro mesi di addestramento militare serio, permettendo agli obiettori di optare per il servizio civile, dovrebbero essere sufficienti e potrebbero essere corredati da supplementi di informazione aggiornati per i giovani che hanno svolto da poco il servizio e che si vorrebbe non dovessero mai essere chiamati a svolgere missioni "pacifiche" come la guerra infame contro la Serbia, contro la nostra Costituzione, contro il Diritto internazionale.

lfs