Attenti ai generi e non diamo i numeri

 Da lettore ed abbonato di lunga data a Scienza & Paranormale, ho più di una volta pubblicato su “Punto d’incontro” articoli sull’attività del CICAP, o comunque sulla pseudoscienza: Tra questi Ufo, millenni, millanterie, Comete & C: da corvi a cicogne celesti?,

Ora vorrei presentare qui invece alcune questioni linguistiche che si collocano su una linea di contrasto di certi pregiudizi e facilonerie, riprendendo temi già presentati su “Punto d’incontro”

In primis una serie di esempi di possibile e consigliabile uso nella lingua italiana del genere femminile invece del maschile che ancora qualcuno forse chiamerà il genere nobile mentre a me appare un genere un po' prepotente. Nella seconda parte di questo intervento vorrei invece dare qualche indicazione su varî errori abbastanza comuni ed espressioni decisamente sconsigliabili ma facilmente evitabili con un minimo di riflessione, pur senza addentrarmi sempre sistematicamente nelle più  delicate questioni grammaticali e sintattiche. Vi sono casi notevoli in cui esiste o si può facilmente introdurre l'uso di sostantivi femminili perfettamente autonomi con un preciso corrispondente maschile ma con la desinenza femminile regolare.Vediamo qualche caso. Perché una donna dovrebbe essere l'avvocato Anna  Maria Bianchi? Eppure  nella famosa preghiera "Salve Regina" troviamo advocata nostra e va benissimo. Analogamente perché si dovrebbe parlare del ministro Maria Grazia Verdi? Ministra non dovrebbe far paura ad alcuno. Se poi è piuttosto sgraziato il termine sottosegretario per viceministro, quando si tratti di uomini, pur se molto parzialmente giustificato dal fatto che il ministro è un "segretario di stato" addirittura grottesco è usarlo per una viceministra. Potrebbe essere almeno sottosegretaria. Non sono tanto spesso le donne a svolgere in diversi ambiti la funzione di segretaria? O forse si ritiene che  segretaria debba propriamente indicare una specie di Akakij Akakjevic in gonnella da guardare scioccamente dall'alto in basso e non una donna con incarichi di governo che comunque del famoso personaggio di Gogol deve avere  la stessa dignità. E deputata  che infatti esiste già nell'uso come puro aggettivo  in casi quali la commissione deputata, le forze, le istituzioni deputate a questo o quel compito, che fastidio può dare? 

E perché addirittura tollerare che si usi Il dottor Giovanna Rossi? E' evidente che in casi del genere il femminile (dottoressa) è derivato dal maschile ma qui è comunque bene usarlo.

Non avremmo nulla  inoltre anche contro la cancelliera, la capitana (visto che esiste già come aggettivo  anche sostantivato ammiraglia) la tenente, la carabiniera, la poliziotta, la commissaria, visto che la commessa non scandalizza alcuno, la presidente (di genere comune come tanti nomi derivati da vecchi participî presenti latini, molto meglio che presidentessa) e così il vigile e la vigile che non deve essere orribilmente lessa.

Dovranno rimanere la sacerdotessa  la dottoressa & simili che sono già nell'uso consolidato. E così senatrice, muratrice, datrice (ad es. di lavoro), conduttrice. Anche la (oltre che il) falegname? Ed inoltre meccanica, agricultrice (cfr.  puericultrice), la grande matematica, fisica, chimica Xy (per le quali il contesto chiarisce che non si tratta di materie ma di persone di sesso femminile).

Evitare però equivoci ridicoli. Ad esempio una buona partita è un falso femminile di un buon partito. Ma anche senza falsi femminili potremmo far ridere. È vero che il precursore trova una perfetta corrispondenza nella  precorritrice. È anche vero che gli assessori sono coloro che siedono assieme, stanno insieme in seduta, ma nel caso di un assessorato di cui sia titolare una donna non ci sentiremo obbligati a parlare  di una asseditrice e preferiremo forse per ora  la cittadina assessore o meglio conieremo una nuova denominazione. Così certi termini originariamente maschili tenderebbero di fatto ad essere usati come se fossero di genere promiscuo Proprio per analogia con certi nomi  di animali di genere promiscuo indicanti senza distinzione  il maschio e la femmina. Così diremo ovviamente (almeno quando non vogliamo far ridere) il tasso femmina o la femmina del tasso e non la tassa. Mentre quando sia possibile distingueremo i generi con l'articolo. Si veda il caso comune  di la tigre e il tigre.

Molto valido potrebbe  essere  invece l'uso di aggettivi sostantivati quali galla come originaria della Gallia o abitante o in qualunque modo ricordante tale regione storica, (cfr. Galla Placidia) e così britanna, germana, unna, celta (singolare di genere comune, con plurale celte o celti) india (indiana), pellerossa  di genere comune con plurale pellirosse.

Insomma ci pare accettabile il corrispondente femminile nelle varie forme quando non si presti ad equivoci, non presenti forzature o artificiosità eccessive.

In compenso il prostituto potrebbe essere introdotto con il suo bravo plurale i prostituti, tanto perché non ci si possa accusare di faziosità. Anche il balio (generalmente "asciutto" perché ovviamente non dà latte proprio) spesso usato usato scherzosamente, potrebbe forse andar bene, con tanto di plurale: i balii.

A proposito di plurale non pare molto bello dire un gruppo di persone sono state o hanno fatto questo e quello. Un gruppo,  come nome collettivo, ha forma singolare, benché si possa forse permettere una specie di constructio ad sensum.

 Ma qui potremmo già dire di essere entrati in tema di errori comuni che debbono essere trattati nella seconda parte di questa nota.

                                II

"Quel vecchio maledivami..." fa dire a Rigoletto il bravo Francesco Maria Piave, dimenticando che l'imperfetto di dire è dicevo et cetera. Così, con questa citazione dell' illustre librettista di Verdi, vogliamo iniziare una breve serie di casi esemplari di granchi o, come si dice da qualche parte, di sfondoni che dovrebbero essere corretti proprio perché anche troppo diffusi. Io benedivo o maledivo e simili sono forme pesantemente scorrette anche se piuttosto diffuse in certi casi, soprattutto nel linguaggio parlato e  anche pittoresche in certi dialetti.

L'atleta era così tanto stanco, e  la commedia era bella talmente tanto che... e simili amenità si usano per fortuna quasi solo parlando. Ma sarebbe meglio evitarle anche nella lingua parlata perché gravemente scorrette. Infatti l'avverbio tanto qui, nella frase che introduce una consecutiva, non significa  molto, ma indica il livello al quale giunge un carattere, una qualità indicata dall'aggettivo: tanto stanco o tanto bella nel senso di né più, né meno, anche se spesso indica un grado elevato della qualità cui si fa riferimento. Quindi le espressioni in questione  risultano inutilmente ripetitive e scorrette. Si deve scegliere l'una o l'altra parola: tanto che ....o così che... (o talmente che)  e basta.

In realtà però certe espressioni, proprio per l'equivoco con molto che si trova alla base, suonano come se si dicesse così molto, talmente molto e simili gioielli di fine eloquio.

Sbagliate, anche se  certo meno orribili,  espressioni quali "Di questo non [ne] sono sicuro o non [ne] capisco nulla" in cui il complemento di argomento viene inutilmente ripetuto. Nella seconda troviamo anche due negazioni, ma la cosa pare meno fastidiosa anche se formalmente non è certo impeccabile.

Ma il primato dell'insipienza che viene spesso presentata quasi come una finesse con un pizzico di ammiccante nonchalance si raggiunge con l'attimino - purtroppo non fuggente - usato ad indicare quantità anziché  (come sarebbe logico e naturale) durata nel tempo. Abbiamo quindi il signore o la dama che sentonsi un attimino stanchi o invitano il malcapitato interlocutore ad essere un attimino più preciso. Forse se parlassero  di fatti avvenuti un attimino  prima o dichiarassero di volersi riposare un attimino, non sarebbero, beninteso, campioni di finezza espressiva, ma eviterebbero l'errore grossolano di confondere quantità e durata.

Espressioni spesso usate nelle cronache di partite di calcio  e di altri sports di squadra quali "al diciassettesimo minuto e mezzo" sono senza senso. Appena finisce il diciassettesimo inizia il diciottesimo, ma prima di tale fine è ancora il diciassettesimo. Si potrebbe dire nell'anno  settimo e mezzo, nel secolo quindicesimo e un quarto? A volte gli elegantoni usano addirittura espressioni del tipo "al  trentaquattresimo e venti secondi". Sarebbe come dire "durante il terzo anno di regno (di mandato, di matrimonio...) e due mesi". In realtà certi signori dicono al trentesimo intendendo dire o credendo di dire dopo trenta minuti. Ma dopo trenta minuti inizia già il trentunesimo. Comunque sul piano grammaticale in casi del genere si mettono insieme un numero ordinale e un cardinale in modo del tutto scorretto. Cosi è per i secoli: novecento non è sinonimo di secolo XX che va dal 1901 al duemila compreso, anche se- ahinoi!- non da tutti. Quanto ai millenni, visto che ci siamo, ricorderemo ancora che quacuno non sa contare i multipli del dieci o ignora che secondo la tradizione cristiana generalmente accettata  l'anno Zero non esiste, perchè i cristiani che diedero  a Dionigi il Piccolo il compito di stabilire la cronologia non l'hanno contemplato. Ma di questo ha già parlato benissimo Ennio Peres, mentre, con suo grave disappunto,  la stessa rivista per la quale dirigeva con Susanna Serafini una bella rubrica di giochi (che tra l’altro aveva ospitato varî giochetti miei) non lo aveva capito. De hoc satis.

Per concludere, dire che qualcuno in un'esecuzione musicale sia o vada all'organo, al pianoforte, al clavicembalo può aver senso. Mi voglio rovinare, ammettiamo che possa andare anche al contrabbasso. Ma che senso ha dire che uno va al violino, al flauto et similia ?

Per ora ci fermiamo qui, Ma la caccia è aperta. Se qualcuno vuol prender parte ad una prossima battuta, ben venga.