SCIENZA  E  CIVILTÀ

nonostante le voci di dissenso

Guerra nucleare "limitata": chi ci crede? (~1983)

 

 È sotto gli occhi di tutti la situazione di estremo pericolo derivante dall'enorme capacità distruttiva in possesso delle superpotenze nucleari e di alcune potenze "minori'' che già possiedono armi nucleari ed efficaci vettori o sono in grado di costruirne in tempi brevi.

La situazione in cui le potenze nucleari si fronteggiano, sulla base di una corsa agli armamenti ancora non interrotta ma anzi per vari aspetti in minacciosa ripresa, rappresenta indubbiamente il rischio di una guerra che verosimilmente non avrebbe "dopoguerra".

Ma alla radice delle drammatiche tensioni del nostro tempo si trova la condizione di estrema arretratezza di vaste aree del pianeta, di molte centinaia di milioni di uomini nei confronti dei quali i paesi più forti tendono ancora quasi costantemente a perseguire una linea di dominio economico per ampliare i loro "territori di caccia" o, se si vuole, a "rubare ai poveri per dare ai ricchi ".

È importante considerare le strutture militari delle grandi potenze ed i loro sistemi di alleanze e discutere le misure tecnico-militari utili per diminuire i rischi di conflitto, mentre un ruolo notevolissimo viene svolto dagli incontri tra scienziati di diversi paesi (tanto per restare in Italia, ricordiamo quello di Erice e quello del Pugwash a Venezia ed inoltre quello che si è svolto tra agosto e settembre a Firenze, dedicato anch'esso in parte ai temi della pace) anche quando non si può sperare in indicazioni per rapide soluzioni dei problemi di fondo, ma spesso ci si deve contentare del fatto che esiste tra operatori di diverso orientamento una volontà di continuare il dialogo.

Tuttavia in qualunque dialogo reale (sia ai livelli specialistici cui ho fatto cenno, sia nel dibattito quotidiano in mezzo all'opinione pubblica) ogni interlocutore deve essere capace non solo di ascoltare attentamente gli altri, ma anche di prendere posizione.  Ed io non credo che in tema di armamenti si possa sfuggire alla considerazione del ruolo, cioè dei fini politici cui essi sono destinati oggi nei diversi sistemi politico-militari che se ne servono.  Nessuno prepara le armi (nucleari e convenzionali) per il gusto di rischiare la distruzione del mondo e di morire, ma in genere le armi - anche quando non si usano ma si minaccia di usarle - servono a consolidare o ampliare posizioni di potere economico e politico, in definitiva a sostenere determinati ordinamenti sociali contro altri.

Gli atteggiamenti dei diversi paesi sulle possibilità di usare le armi (convenzionali, chimiche, batteriologiche, nucleari) in uno scontro di vasta portata sono diversi, ed in particolare sono diversi gli orientamenti della NATO e del Patto di Varsavia.

In proposito potrebbero essere utili alcune considerazioni.

 

I - È impossibile programmare una guerra nucleare "limitata" senza un fortissimo rischio di estensione del conflitto ai massimi livelli.  Se uno dei campi avversi fosse oggetto di un attacco limitato, anche con armi rigorosamente tattiche da campo di battaglia, dovrebbe quasi certamente rispondere - nel fondato timore di imminenti attacchi più gravi e dovendo decidere nel giro di pochi minuti - con contrattacchi massicci almeno contro le forze militari avversarie.  Ma la tentazione di impiegare armi a media gittata e cariche di notevole potenza sarebbe a questo punto praticamente irresistibile.  Tra l'altro bisogna tener conto che molti sistemi di armi si trovano in quella "zona grigia" che non viene definita, a rigore, solo tattica o solo strategica, come ben ricordava Kewin M.  Lewis su "Le Scienze" (Scientific American) nel febbraio 1981 e può corrispondere in linea di massima alle armi nucleari a medio raggio (fino a circa 5 mila chilometri) con partenza da terra, dal mare o da aerei.  Queste armi, dotate di cariche anche di molte centinaia di kiloton (la bomba di Hiroshima, che è diventata una macabra unità di misura, era di soli venti kiloton) sono di evidente rilevanza anche strategica, e sarebbero quasi certamente impiegate come risposta immediata.

Ma credo che, subito dopo un "primo colpo" nucleare "limitato", in uno spazio di tempo non superiore a quello che ho impiegato per dattiloscrivere l'ultima mezza cartella di queste note per i lettori di Punto d'Incontro, dal mare, da terra e dall'aria i più mostruosi sistemi di distruzione nucleare sarebbero sul piede di partenza su vettori intercontinentali verso i loro obiettivi, tra i quali tutte le principali città dei rispettivi "campi avversi ".  È da respingere il "diritto" che la NATO vorrebbe riservarsi, secondo una sua dottrina ufficialmente diffusa, di sferrare il "primo colpo".nucleare, in caso di reali (o presunte) difficoltà in uno scontro di ampie proporzioni contro forze convenzionali avversarie.  Per la NATO si tratta forse di potenziare le sue difese convenzionali in particolre in Europa, proprio per spostare i termini del confronto dal livello nucleare a quello convenzionale.

Si potrà dire che dichiarazioni di rinuncia al "primo colpo", come quelle più volte ufficialmente diffuse dall'URSS, non conterebbero nulla in caso di immediati pericoli di conflitto.  Per alcuni forse potrà essere più tranquillizzante una dichiarazione contraria del tipo "Non ci seccate se non volete che vi rispondiamo con le atomiche".  Il rifiuto degli USA ad impegnarsi a non usare per primi le armi nucleari non è però un capriccio o una stramberia.  Evidentemente a Washinghton c'è chi pensa di poter dare inizio ad una guerra nucleare "limitata" e di vincerla.

 

II - Sono da condividere le valutazioni di autorevoli studiosi occidentali secondo i quali non vi sono sostanziali vantaggi globali dell'Unione Sovietica in fatto di armamenti rispetto al campo occidentale: in diversi settori, anzi, è vero il contrario e sono ormai innumerevoli le testimonianze su dati ufficiali di fonte occidentale, spesso provenienti addirittura da ambienti militari, che smentiscono, talvolta in maniera sarcastica e beffarda, le affermazioni di una pretesa "inferiorità" della NATO sia nel volume globale degli armamenti, sia nelle tecnologie di spiegamento e trasporto degli ordigni, sia nella precisione dei vettori.  Naturalmente noi europei siamo sempre "liberi" di fare gli struzzi nascondendo la testa sotto la sabbia.

 

IlI - L'idea di pianificare il ricorso a nuovi e più perfezionati sistemi di armi non può certamente diminuire i rischi di conflitto.  In particolare l'uso dello spazio extraterrestre per sistemi di armi su satelliti introduce un nuovo fattore di rischio difficilmente calcolabile.

L'Unione Sovietica ha sperimentato per prima un sistema di arma anti-satellite ed è molto probabile che i programmi avanzati degli USA in questo campo ed in campi affini (con ipotesi di impiego di complessi "scudi" antisatellite e antimissile che comprendono anche sistemi laser) abbiano avuto un peso determinante nell'attuale atteggiamento dei Sovietici sull'uso dello spazio extraterrestre.  Comunque ora i Sovietici propongono di vietare l'uso di veicoli orbitali per qualsiasi tipo di arma che possa essere utilizzabile in un conflitto internazionale.  Poiché ancora i sistemi di armi orbitali non sono schierati e lo spazio intorno alla Terra è libero in linea di massima da sistemi di armi capaci di grandi distruzioni, non ci sono questioni di vantaggi e svantaggi sul piano operativo e sembra che vi siano le condizioni per evitare di far passare sopra le nostre teste sia quelle sovietiche, sia quelle americane, sia quelle di altri.  La proposta c'è.  È da respingere?

Purtroppo finora l'amministrazione USA è all'incirca sulle posizioni di Teller, il grande fisico che recentemente proprio ad Erice ha riproposto un complesso di difesa totale che gli Stati Uniti dovrebbero adottare - al di là di qualunque trattativa - nella convinzione che in tal modo essi potrebbero imporre la pace dall'alto della raggiunta invulnerabilità.  Ciò significa (non si tratta di discutere la buona fede di Teller o di altri) che ancora non si vuol comprendere che la pretesa di trattare da posizioni di forza conduce inevitabilmente ad accelerare la corsa agli armamenti ed accresce vertiginosamente i pericoli di guerra.

 

IV - Oltre alle basi in USA, Francia, Gran Bretagna, paesi produttori anche in proprio di armi nucleari e vettori appropriati, la NATO dispone già di basi nucleari sostanzialmente controllate dagli USA nei territori di diversi paesi alleati in varie parti del mondo, mentre non vi sono basi nucleari nel territorio degli alleati dell'URSS.  È una differenza di grande valore politico che potrebbe venir meno di fronte alla minaccia dei Pershing II e dei Cruise che la Nato si appresta ad installare in Europa nonostante le molte voci di dissenso e le richieste di rinvio dello spiegamento definitivo per dare ancora qualche margine di tempo alle trattative di Ginevra.

Per l'Europa esiste una possibilità di soluzione avanzata e ragionevole: riduzione controllata fino allo smantellamento totale delle basi terrestri dall'Atlantico agli Urali, comprese naturalmente tutte quelle che dalla parte europea dell'URSS potrebbero raggiungere l'Europa occidentale, e quelle americane, ma anche quelle francesi e britanniche che dall'Europa occidentale potrebbero raggiungere l'URSS.

L'Europa (orientale ed occidentale) potrebbe naturalmente essere sempre raggiunta da armi a medio raggio non dislocate a terra e dai vettori intercontinentali, ma i suoi territori, in quanto privi di installazioni nucleari, sarebbero intanto scarsamente interessanti come bersagli di ipotetici attacchi nucleari counterforce, cioè diretti, appunto, a distruggere specificamente le forze - in primo luogo quelle nucleari - avversarie, ma certamente distruttivi anche per le zone civili adiacenti.

In tempi più lunghi si potrebbe raggiungere un equilibrio ai livelli più bassi anche per le armi dotate di grandi cariche ed operanti attraverso bombardieri strategici e missili intercontinentali (ICBM) con basi a terra o su sommergibili e navi di superficie.  Ma per la conquista di una pace stabile bisogna pure che intanto si facciano i primi passi per frenare la corsa agli armamenti.

Le prospettive cui mi sono riferito derivano da varie proposte avanzate da paesi neutrali e dagli ambienti occidentali più responsabili e tengono conto di importanti valutazioni di gruppi scientifici di diversi paesi.  Se in vari punti esse coincidono con la sostanza di precise proposte e prese di posizione dell'Unione Sovietica, ciò significa solo che certe proposte e prese di posizione sono, a mio modestissimo avviso, ragionevoli e sostanzialmente accettabili.

In particolare la proposta avanzata verso la fine di agosto da Andropov, volta ad evitare l'installazione in Europa dei Pershing e dei Cruise ed a ridurre gli SS20 al numero dei missili francesi e britannici, con la distruzione degli SS20 in eccedenza che quindi non andrebbero in Asia a creare complicazioni con Cina e Giappone, è un passo importante, tanto più che gli SS20, come molti sanno anche in occidente, e come ricordava ad esempio Randall Forsberg nel numero del gennaio 1983 della già citata rivista Le Scienze (Scientific American) "sono già controbilanciati da un numero paragonabile di testate missilistiche puntate contro l'Unione Sovietica" dai suoi avversari, sia da basi terrestri, sia da sommergibili e navi di superficie.  La Forsberg considera naturalmente, sul teatro europeo, anche le armi francesi e britanniche, dato che sono per l'appunto puntate contro l'Unione Sovietica.  Chi può pretendere di trattare di conciliazione con un suo avversario in un bel convegno pacifico e di condurre con sé un paio di cugini pronti a sparare senza che l'avversario gli faccia notare che non si sente tanto sicuro?

 

V - A conclusione di queste osservazioni, ritorno su un tema cui ho accennato nelle prime righe e che rappresenta un fondamento per qualunque discussione seria sui mezzi per difendere la pace ed evitare la fine a breve scadenza della civiltà: il ruolo degli armamenti nell'attuale situazione politica.

Credo che la storia degli ultimi decenni dimostri che i contrasti di fondo tra le grandi potenze sono oggi, come per tanti aspetti nel passato, legati alle tendenze al predominio di vaste aree del pianeta ma che soprattutto riguardino oggi le possibilità di successo delle prospettive sociali contrapposte che le superpotenze sostengono generalmente senza troppi scrupoli di correttezza formale.

L'Unione Sovietica ed i suoi amici, anche attraverso contraddizioni e violente prevaricazioni (chi non ricorda, per fare un esempio fra i tanti, la distruzione di una nuova e grande prospettiva realmente socialista e realmente democratica in Cecoslovacchia nel 1968?) sostengono tendenzialmente i movimenti di liberazione di paesi emergenti in tutto il mondo.  Gli USA appoggiano in Europa le "democrazie occidentali" (anche se la Spagna di Franco e la Grecia dei colonnelli furono da essi tutt'altro che avversate).  Nel resto del mondo, anche attualmente, in moltissimi casi, ogni volta che lo sviluppo democratico pone in qualche paese in pericolo le posizioni di predominio del capitalismo, essi appoggiano o tengono a battesimo i regimi più reazionari ritenendoli, a ragion veduta, i più fedeli custodi del sistema del loro "mondo libero".

In questo quadro (qui del resto appena sommariamente delineato) mi sembra interessante sottolineare, tra gli sviluppi più recenti della politica internazionale dell'occidente, le ripetute, esplicite, ufficiali dichiarazioni dell'amministrazione degli USA sulla necessità di non permettere (in molti paesi asiatici, africani, latinoamericani) l'instaurazione, in qualunque forma, di un sistema comunista.  Anche a costo di aperte violazioni del diritto internazionale (non nuove, ma oggi più che mai pericolose) quali quelle che, ad esempio, si sono concretizzate nel blocco, in acque internazionali, di navi sovietiche dirette in Nicaragua.

Se vi fosse un tentativo, da parte di navi sovietiche, di bloccare, sempre in acque internazionali, un convoglio americano di noccioline, trattori agricoli, o carri armati o qualsiasi altra merce diretta al Sudafrica razzista o ai buoni generali di Pinochet, che cosa direbbero i nostri bravi direttori di reti radiotelevisive e di giornali "indipendenti" dell'Europa occidentale? Forse allora riscoprirebbero i principi sacri del diritto internazionale.  Ma lo scenario appena descritto è evidentemente non realistico.  Nei fatti c'è un sistema del capitalismo reale che, pur con tutti i suoi meriti storici, si autoelegge "gendarme del mondo".  E c'è anche un sistema del "socialismo reale"' che, pur con tutti i tragici errori che ha compiuto e continua a compiere, non ha nulla da guadagnare nel confronto duro con l'avversario, non vuole trattare da posizioni di "invulnerabilità" e propone concretamente il rifiuto delle cosiddette "guerre stellari'.  E intanto, lasciandole prive di sistemi di armi nucleari, non ha reso (ma per quanto tempo ancora?) le popolazioni dei territori dell'Europa orientale bersagli interessanti di azioni di una guerra nucleare che è possibile scatenare e praticamente impossibile limitare anche al livello di quelle poche decine (o pochissime centinaia) di milioni di morti che ad alcuni signori della guerra santa contro il comunismo sembrerebbero, in fondo, accettabili. 


 

LF S