Gli Arditi del Popolo  di Luigi Balsamini

 

Su: “Punto d’incontro” Fine 2003

 

Si tratta della brillante tesi con la quale il giovanissimo studioso urbinate si è laureato in storia contemporanea all’Università di Bologna, pubblicata nel 2002 da Galzerano Editore di Salerno. Me ne aveva data una copia da leggere lo zio dell’Autore, il mio amico Arnaldo Balsamini - artista ben noto in Urbino ed altrove - che ho ringraziato mentre ne ordinavo un’altra all’Editore stesso.

A Luigi ho chiesto di rispondere ad alcune domande, indicandogli, come ho fatto anche in altre interviste per la nostra rivista, la possibilità di scegliere liberamente se considerare le singole domande, anche integrandole o dare una risposta complessiva.

 

- Quali meccanismi psicologici e quali interessi politici portarono gli Arditi, i volontarî che pure avevano combattuto insieme al fronte, a scindersi subito dopo la guerra in ultrareazionarî da un lato e rivoluzionarî dall’altro? Certe tendenze erano presenti già durante il conflitto, velate da un generico “arditismo” che poteva significare tutto ed il contrario di tutto?

 

 - Sui modi in cui l’Italia liberale non si  oppose all’ascesa del fascismo  i documenti che abbiamo non lasciano dubbi. Ma era possibile una seria opposizione liberaldemocratica e su quali forze avrebbe potuto contare?

 

- Quali gruppi della borghesia furono più attivi nel sostenere ed in particolare nel finanziare i fascisti?

 

- Le forze politiche di ispirazione democratica erano proprio un po’ sparpagliate ed incapaci di opporsi unitariamente alla marea fascista. Ma tu indichi anche posizioni rinunciatarie che di fatto assumevano un ruolo di complicità. In questi casi quali erano le giustificazioni, i timori, le prospettive?

 

- Che dire in sintesi delle contraddizioni, delle incertezze e delle proposte  di lotta di socialisti, cattolici, comunisti, anarchici?

 

Anche da parte di chi si opponeva con maggiore energia furono commessi errori gravi: rigidità eccessive sul piano ideologico ed organizzativo, prospettive strategiche non ben definite, sottovalutazioni del pericolo imminente ed anche errori di altro genere?

 

 - Quali insegnamenti si possono trarre da queste vicende se si vuole evitare di ripetere certi errori?

 

- Quali fondamenti  essenziali  delle idee di coloro che si opposero al fascismo possiamo considerare ancora validi per la prospettiva della costruzione di una società di cittadini liberi ed uguali?

 

 Ed ecco le risposte in sequenza unica

 

 Con la fine della Grande guerra gli Arditi, i combattenti dei reparti d’assalto, incontrano non poche difficoltà per reinserirsi nella vita civile: gli stessi comandi militari li guardano con diffidenza per il loro spirito inquieto, ribelle. Durante la guerra erano stati mitizzati come i soldati eroicamente partecipi del conflitto, tutt’altro che preda della rassegnazione e del fango delle trincee come il resto dell’esercito.

Una volta smobilitati, gli arditi diventano una vera e propria mina vagante per gli equilibri di potere dell’Italia del dopoguerra. Sono portatori, da una parte, di un acceso sentimento antisocialista, i socialisti erano infatti considerati i disfattisti, i sabotatori della guerra, ma dall’altra parte li caratterizzano forti tensioni eversive ed anti-istituzionali: la vecchia Italia della democrazia liberale, e con essa le classi borghesi, pescecani arricchitisi sulle spalle dei combattenti, non sarebbero dovute risorgere dopo i lunghi anni di guerra.

La storiografia ha quasi sempre arruolato questo vago ribellismo tra le forze reazionarie, anzi ultrareazionarie, senza coglierne le ambiguità, le tensioni ed i contrasti interni, avvalorando in sostanza l’equazione arditismo-diciannovismo-fascismo. Se è vero che in un primo momento gli arditi trovano una buona sponda nel nascente movimento fascista, e buona parte di loro proseguirà questa strada comune, è anche vero che non pochi di essi, non appena il fascismo inizia a mostrare il suo volto di braccio armato della reazione padronale, romperanno in modo netto i rapporti, schierandosi dall’altra parte della barricata. Siamo arditi, non gendarmi!, dicevano orgogliosamente; ed il giornale “Umanità Nova” li salutava con questo significativo titolo: “Gli arditi venuti dal popolo ritornano tra il popolo”. Su iniziativa di Argo Secondari, ex tenente, di tendenza anarchica, nasce così l’Associazione Arditi del Popolo; ben presto dai loro appelli scompaiono i richiami al combattentismo e l’interlocutore diventa il proletariato. E dietro gli episodi di resistenza armata allo squadrismo, accanto alla spontanea lotta popolare, ci sarà quasi sempre questa battagliera organizzazione con il suo antifascismo istintivo, nato dall’urgenza immediata di difendersi dalla violenza di classe del fascismo.

Per quanto riguarda la connivenza delle forze liberaldemocratiche con il nascente movimento fascista, non credo che questa fu causata da debolezza o ignavia, ma si configura come una precisa scelta di difendere l’ordine borghese. Le lotte sociali del dopoguerra, non solo in Italia ma in tutta Europa, facevano evidentemente paura, senza contare il grande spauracchio della rivoluzione russa, dei bolscevichi al potere. Le conquiste economiche del movimento operaio e contadino nel 1919-20 sono viste come prepotenze dei rossi, ed i poteri economici dominanti si convincono che per salvare i propri interessi non sono più sufficienti la repressione della forza pubblica e la politica riformista giolittiana di addomesticamento del proletariato. Le classi dirigenti, quindi, scelgono il fascismo, magari credendo di potersene sbarazzare in seguito, e da fenomeno marginale nella scena politica gli permettono di acquistare progressivamente forza ed importanza: le violenze contro il movimento operaio placano così i timori di una borghesia liberale angosciata dal pericolo della rivoluzione sociale (che in realtà in Italia era tutt’altro che imminente). In questo senso il fascismo è stato giustamente definito dall’anarchico Luigi Fabbri come una “controrivoluzione preventiva”.

Nelle file degli Arditi del Popolo si schierano antifascisti di tutte le tendenze politiche, ma quanti scelgono questa strada di lotta comune contro il comune nemico, lo devono fare in aperto contrasto con i propri dirigenti di partito.

Il neonato partito comunista d’Italia, in un’analisi tutta ideologica, guarda le violenze fasciste come il segnale della crisi ultima del sistema borghese, un sistema moribondo che avrebbe dovuto presto lasciare il corso alla dittatura del proletariato, sempre che il partito della rivoluzione, cioè lo stesso partito comunista, avesse tolto spazio a soluzioni socialdemocratiche della crisi. Questo vuol dire settarismo a oltranza, rifiuto di ipotesi di fronte unico difensivo quale erano gli Arditi del Popolo e, semmai, organizzazione di squadre a matrice prettamente comunista, che avrebbero dovuto nell’immediata contingenza fare opera antifascista, ma soprattutto prepararsi per la conquista del potere e per la difesa della rivoluzione. I dirigenti comunisti dimostrano così ancora una volta di non comprendere un sincero e spontaneo movimento popolare, che aveva fatto breccia anche tra i militanti di base del loro stesso partito, ed arrivano ad additare negli Arditi del Popolo, se non dei veri e propri agenti provocatori, una manovra di settori della borghesia più in funzione antigiolittiana che antifascista.

I socialisti, da parte loro, mentre vengono devastate e bruciate le Camere del Lavoro, le cooperative, le sedi dei giornali operai e della sinistra politica, bastonati e finanche uccisi i loro compagni con la complice compiacenza di forza pubblica e magistratura, non trovano di meglio che condannare apertamente l’azione dell’arditismo popolare per appellarsi alla legalità borghese ed intavolare trattative di pacificazione con i fascisti, sotto la supervisione delle autorità. Superfluo dire che la firma dell’effimero patto di pacificazione nell’agosto 1921 ed i continui appelli dei dirigenti socialisti alla sopportazione delle violenze, alla calma e al disarmo, furono nient’altro che un tragico porgere l’altra guancia, sperando di evitare una guerra che era già stata dichiarata.

Unico a sostenere l’azione degli Arditi del Popolo, o quanto meno a non mostrare l’intenzione di ostacolarla, fu il movimento anarchico e libertario nelle sue variegate componenti. La lotta degli Arditi del Popolo contro le violenze squadriste, sebbene dichiaratamente difensiva, è infatti ritenuta inseparabile dalla lotta contro governo e borghesia, sostenitori e complici di tali violenze. Questo antifascismo, che vede insieme lavoratori di tutte le tendenze politiche, è dunque visto come il primo ma indispensabile passo per l’abbattimento delle attuali istituzioni e quindi per la strada, non segnata in maniera deterministica, della rivoluzione sociale.

Comunque, anche a causa del boicottaggio subito da parte delle maggiori organizzazioni del proletariato, gli Arditi del Popolo non vivono che una sola stagione: nati nell’ estate del 1921, già nell’autunno dello stesso anno si ritrovano fiaccati e decimati dalla repressione del governo Bonomi, che lascia in questo modo il campo libero al dilagare del fascismo. Lo storico Paolo Spriano li ha suggestivamente definiti “una meteora nel cielo incandescente della guerra civile”, a sottolinearne il carattere di fugace apparizione, ma anche di concreta visibilità.

In conclusione, con gli Arditi del Popolo si esprime la validità di una prassi sociale autonoma, slegata dalle ragioni e dai meccanismi della politica istituzionale: per agire hanno dovuto prescindere dalle direttive di partiti e sindacati, ed  organizzarsi dal basso e in prima persona.

Oggi, nella prospettiva della costruzione di una società di “liberi ed uguali” credo però che la lezione dell’antifascismo, e non solo di quello ardito-popolare, sia riduttiva. I fascisti di ieri si sono infatti adeguati al gioco democratico di oggi. La democrazia ha un volto più tollerante e meno brutale, le telecamere in ogni angolo di strada sono forse più rassicuranti di un manganello tra le mani di un brutto ceffo, ma per chi vorrebbe buttare all’aria l’insensatezza dell’attuale organizzazione sociale quel manganello viene rispolverato e la porta di una cella è pronta a chiudersi alle sue spalle. Dirsi antifascisti oggi non basta e spesso è solo una scappatoia per mettere la coscienza a posto: la questione è se schierarsi con chi amministra e gestisce il potere, con chi ci spaccia per vita una sopravvivenza che altro non è se non il suo surrogato, con chi ci propina nocività quotidiane in nome del progresso o, al contrario, con chi di tutto ciò vorrebbe fare terra bruciata.