Nell'Inferno

 

Poco dopo l'inizio del canto I, Dante si dice riconfortato presso il colle dove termina la valle all'inizio dell'Inferno stesso perché, racconta, ... guardai in alto e vidi le sue spalle / vestite già de 'raggi del pianeta / che mena dritto altrui per ogni calle. Impeccabile qui la definizione del Sole come pianeta, dato che nel corso dell'anno appare continuamente diversa la sua posizione in cielo sullo sfondo delle stelle "fisse" e quindi si comporta come "astro errante", Planh̀thz, appunto. Qualche decina di versi più avanti, nello stesso canto, il poeta determina il momento dell'anno ricordando ... e 1 sol montava su con quelle stelle / ch 'eran con lui quando l'amor divino / mosse di prima quelle cose belle. Secondo una tradizione ampiamente accettata, la creazione sarebbe infatti avvenuta con il Sole in Ariete. Del resto Dante mostra in diversi passi di conoscere la realtà della precessione degli equinozi che anche l'Astronomia tolemaica cercava di spiegare a suo modo. Infatti al suo tempo il Sole all'inizio della Primavera si trovava effettivamente nella costellazione dei Pesci (segno Ariete a causa della precessione) Si potrebbe anche vedere, considerando il tempo tradizionalmente indicato per la creazione, quale sarebbe stata la situazione. In una variante del presente lavoro ho ricercato attraverso un programma di computer questi e altri elementi (ad esempio la visione dal Purgatorio immaginato da Dante agli antipodi di Gerusalemme) ma forse è meglio in questa sede lasciare tutte le creazioni divine al loro posto tra i miti. Apro una parentesi per dire che nell'ambito dei miti io ho particolare simpatia per quello sehr romantisch del Diavolo che in tanti scarabocchi letterari sugli dei antichi e moderni immagino molto a modo mio, come colui che, onorando il suo nome, lancia in mezzo - da (dia-ballo), appunto - l'ostacolo su troppo comode certezze, svolgendo una positiva funzione liberatrice da pregiudizi consolidati. Lo vedo insomma in modo piuttosto diverso da quello del divinissimo Alighieri & C.

Ai versi 58-60 il poeta parla della lupa e dice Tal mi fece la bestia sanza pace / che venendomi incontro a poco a poco / mi ripigneva là dove 'l sol tace.

In Inf II all'inizio, troviamo Lo giorno se n'andava e l'aere bruno..., annotazione non strettamente astronomica, ma pur sempre indicazione del tramonto del Sole.

 

Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro ...

 (Incisione del Dorè)

 

 Al v 55 Virgilio narra al suo allievo appena incontrato che Beatrice gli ha chiesto di venire in soccorso del suo devoto amico e mette i rilievo il bagliore del suo sguardo: Lucevan li occhi suoi più che la stella. Certamente (siamo sostanzialmente confortati dalla lettura di Natalino Sapegno) Dante intende qui indicare il Sole o il pianeta Venere, i soli due astri cui ci si poteva riferire per antonomasia con questo termine. Al v 78 si parla di quel ciel ch'ha minor li cerchi sui cioè il cielo della Luna che è il più prossimo alla Terra, immaginata al centro dell'Universo.

Al v 127 Quali i fioretti dal notturno gelo / chinati e chiusi poiché 'l sol l'imbianca ...

Nel III, all'ingresso vero e proprio nella città dolente, Dante mette in rilievo che quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l'aere sanza stelle ... come uno degli aspetti di più chiusa disperazione del luogo.

In Inf VII, 98 già ogne stella cade che saliva indica, come nota il Sapegno, che rispetto al meridiano di Gerusalemme le stelle sono già passate nell'emisfero occidentale.

In Inf X, nel corso di una ricognizione di fatti storici recenti, Farinata spiega come lui e quelli che sono con lui possano vedere il futuro mentre nulla sanno del presente. Le allusioni ad elementi di astronomia sono in questo canto rapide e vaghe ma ci sono. Farinata avverte Dante: ma non cinquanta volte fia raccesa / la faccia della donna che qui regge ... intendendo naturalmente Persefone, sposa di Ades, qui identificata con la Luna. Ma in questo canto vorrei notare, benché al di fuori della linea principale del mio intervento, come possa succedere che le diverse lezioni che si presentano per il testo possano essere talvolta causa di confusione. Farinata apostrofa Dante: Com'io al pie della sua tomba fui / guar-dommi un poco e poi, quasi sdegnoso / mi dimandò: "Chi fuor li maggior fui? per conoscerne la tendenza politica, e Dante gli rivela i dati fondamentali della sua famiglia. Io ch 'era d'ubidir desideroso /non li 'l celai ma tutto lil 'apersi / ond'ei levò le ciglia un poco in soso... Qui è assurda la grafia suso che si trova in certe versioni, Poco più avanti Cavalcante fraintende ebbe a disdegno a proposito del figlio Guido come se Dante avesse voluto annunciarne la morte. Di subito drizzato gridò: "Come? / dicesti elli ebbe? non viv 'elli ancora? / non fiere gli occhi suoi lo dolce lomel (ovviamente la luce del Sole). Anche qui appare assurda la lettura lume che danno alcune edizioni. In ambedue i casi si avrebbe un verso che non rima perfettamente con gli altri due della terzina. Ma Dante di terzine dantesche sa pur qualcosa e del resto le due parole, soso e tome, appunto, erano usate, più o meno raramente nel trecento, accanto a suso e lume, come ci avverte il Lessico Universale Italiano Treccani, mentre ovviamente lo erano assai meno, in riferimento al primo caso desideruso, sdegnuso e in particolare per il secondo caso nume nel senso di nome e cume (nel senso di come) che occorrerebbero per rimare rispettivamente con suso e lume] Si può solo pensare che di fatto ci potessero essere grafie diverse per suoni uguali, ma in italiano la cosa non pare ben documentata e quindi non giustifica le grafie segnalate. Si veda comunque anche l'Enciclopedia dantesca della Treccani. Non convincono pienamente neppure le note dell'edizione del 2002 - a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio per la Mondadori -che considerano assurda la lettura soso e lome indicando che Dante avrebbe usato una rima siciliana. E possibile. Ma io credo invece che Dante fosse attentissimo anche all'aspetto grafico delle rime. Con ciò il lavoro di Bosco e Reggio (per quel che potuto vedere dato che l'ho acquistato da poco) mi pare rimanga comunque eccellente per acutezza di lettura e completezza di esposizione.

In questo caso, tra le varie esaminate, l'Edizione del centenario appare pienamente corretta, ma se ne trovano altre. Tra queste ricorderò quella già citata del Tommaseo e la Deutsch-Italienisch.

Verso la fine di Inf XI troviamo per determinare l'ora il fatto che i Pesciguizzan super l'orizzonta / e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace, cioè, ricorda il Sapegno, sta tutto nella direzione del Coro o Cauro, il vento maestro di nord-ovest. Giove è presente nel XIV solo in veste di divinità e non lo mettiamo nel conto.

Inf XV contiene ai vv 55-56 una breve allusione di Brunetto Latini, durante la vita in Terra maestro venerato di Dante. Ed elli a me. Se tu segui tua stella / non puoi fallire a glorioso porto ...

Un accenno generico e fugace troviamo anche nel canto XVI, w 82-83, Però se campi d'esti luoghi bui / e torni a riveder le belle stelle ...

Nel XVII attraverso il mito c'è comunque un accenno al carro del Sole mal condotto da suo figlio ... quando Fetonte abbandonò li freni / perché 'l ciel, come pare ancor, si cosse;...

In Inf XX, w 48-51 troviamo ...lo Carrarese che di sotto alberga / ebbe tra 'bianchi marmi la spelonca / per sua dimora; onde a guardar le stelle / e 'l mar non li era la veduta tronca. Poi, verso la fine, la Luna collegata a Caino e alle spine che secondo la tradizione sarebbero appresentate dalle macchie e che Dante, come vedremo nel Paradiso, considera un mito. Ma vienne ornai, che già tiene 'l confine / d'amendue gli emisperi e tocca l'onda / sotto Sobilia Caino e le spine; / e già ier notte fu la luna tonda .

Anche nel XXII, il canto dedicato , come il precedente, agli allegri diavoli, troviamo ad indicare la singolarità del segnale che dà il ritmo del cammino, cioè la trombetta di Barbariccia ...né già con sì diversa cennamella / cavalier vidi muover né pedoni / né nave a segno di terra o di stella.

In Inf XXIV, all'inizio, troviamo come determinazione della stagione In quella parte del giovanetto anno / che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra / e già le notti al mezzo dì sen vanno ... cioè (seguendo sempre il Sapegno e la recente edizione a cura di U. Bosco e G. Reggio per la Mondadori già citata) si sta avvicinando il momento in cui la notte sarà esattamente uguale al dì, nell'Equinozio di Primavera. Verso la fine troviamo tragge Marte vapor di Val di Magra

Nel XXVI vediamo, nel cerchio dei consiglieri fraudolenti, un riferimento preciso al Sole all'inizio dell'estate ... nel tempo che colui che 'l mondo schiara e la faccia sua a noi tien meno ascosa... e poi la presentazione della valle dell'ottava bolgia che, attraverso l'immagine delle fiamme numerose come lucciole, mi ha sempre fatto pensare ad una splendida notte stellata benché il poeta non la indichi. Quasi subito dopo Dante dice, pensando a ciò che vide, e più lo 'ngegno affreno ch 'i'non soglio / perché non corra che virtù nol guidi / sì che, se stella bona o miglior cosa / m'ha dato 'l ben, ch 'io stesso nol m'invidi con elegante e affettuosa allusione alla divinità dispensatrice di questo e altri doni.

Come è noto, Dante non conosceva la conclusione dell'Odissea, con il ritorno di Ulisse a Itaca, ma la conclude a modo suo e da par suo: ...e, volta nostra poppa nel mattino, / de' remi facemmo ali al folle volo / sempre acquistando dal lato mancino, cioè verso il meridione, avendo appunto volta la poppa a est.

E infine Ulisse, lo maggior corno della fiamma antica, narra come ai compagni egli avesse chiesto ... non vogliate negar l'esperienza / di retro al sol del mondo sanza gente. Si credeva infatti in tempi antichi che l'emisfero australe fosse disabitato, ma Ulisse e i suoi compagni si avventurano in esso sfidando il limite divino dov \Ercule segnò li suoi riguardi / acciò che l'uom più oltre non si metta; e poco dopo Tutte le stelle già dell 'altro polo / vedea la notte e 'l nostro tanto basso / che non surgea fuor del marin suolo, dopo che cinque volte racceso e tante casso / lo lume era di sotto da la luna / poiché 'ntrati eravam ne l'alto passo e proseguendo fino alla tragica conclusione con l'ammirazione aperta che Dante trasmette a tutti coloro che in ogni tempo e luogo vogliano seguire l'indicazione di Ulisse: fatti non foste a viver come bruti I ma per seguir virtute e canoscenza.

In Inf XXIX, v 10 E già la luna è sotto i nostri piedi:... (In Inf XXXI Giove e Marte come divinità, senza riferimento ai pianeti).

Anche in Inf XXXIII un accenno rapido: dal v 22 il conte Ugolino dice Breve pertugio dentro da la Muda /... / m'avea mostrato per lo suo forame / più lune già quand'io feci 'l mal sonno / che del futuro mi squarciò 'l velame, cioè il suo tremendo "sogno premonitore" e un pò'più avanti... infin che / 'altro sol nel mondo uscio. / Come un poco di raggio si fu messo...

Nell'ultimo canto, il XXXIV, troviamo vari riferimenti alla scienza degli astri anche in relazione alla Terra. Già all'inizio (v 4) Come quando una grossa nebbia spira, lo quando l'emisperio nostro annotta, ...Più avanti un rapido accenno alla notte. Ma la notte risurge e oramai ... Quindi la dettagliata descrizione del passaggio agli antipodi attraverso il corpo di Lucifero. Al v 91 troviamo ...e s'io divenni allora travagliato / la gente grossa il pensi che non vede / qual è quel punto ch 'io avea passato. Il Maestro lo esorta a muoversi dato che il cammino è ancora lungo e già il sole a mezza terza riede, cioè, come spiega con precisione di dettagli il Tommaseo, si è levato da un'ora e mezza. Infine Dante chiede ancora al Maestro (in realtà, come tante altre volte, a benefìcio del lettore) come Lucifero si sia capovolto e come [...] in sì poc'ora, / da sera a mane ha fatto il sol tragitto? come cioè il Sole abbia potuto compiere tanto tragitto in così breve tempo. Virgilio spiega che il suo discepolo immagina di essere ancora al di là dal centro e non si accorge che in realtà Lucifero non si è mosso e dice ... quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto / al qual si traggon d'ogne parte i pesi, andando nella direzione, diremmo oggi, della forza di gravità, quella che conduce a Lucifero, il punto più lontano dalla volta celeste e quindi da Dio. E or se 'sotto l'emisperio giunto / ch' è contrapposto a quel che la gran secca / coverchia ... e gli ricorda ancora una volta che qui è da man quando di là è sera. Lucifero (Belzebù) cadde dal cielo nell'emisfero australe e secondo la tradizione delle scritture - ci ricorda ancora il Sapegno - le terre che lì erano si sarebbero tutte ritratte verso il settentrione per timore del contatto con il Demonio andando a formare la gran secca e lasciando al meridione tutte le acque e la montagna del Purgatorio. Questo in estrema sintesi e a rischio di lasciare qualche punto non ben chiarito nel complesso finale della prima cantica. E quindi uscimmo a riveder le stelle.