Su alcuni elementi astronomici

nella Commedia di Dante

Appunti per uno studio



Introduzione

 

È ovvio che la concezione, certamente non molto moderna, del mondo fisico presente nella Commedia nulla toglie e nulla aggiunge (poiché sarebbe impossibile aggiungere qualcosa) all'assoluto valore artistico universale dell'opera che dal Trattatello in laude di Dante, opera di Giovanni Boccaccio, si cominciò a chiamare divina, anche se il termine fu in certo modo consacrato nel titolo solo con l'edizione veneziana di Ludovico Dolce del 1555.

La cosmologia dantesca, cui qui si fa solo un cenno attraverso certi passi della Commedia, è chiaramente determinata nonostante i quesiti che vengono posti anche dallo stesso Dante per offrire al lettore le relative spiegazioni, affidate nell'Inferno e nel Purgatorio, in un gran numero di casi, a Virgilio, il Maestro amato e venerato come un padre, o talvolta a certi personaggi.

Nel passaggio dal Purgatorio al Paradiso e poi nel Paradiso stesso è invece Beatrice che, anche facendo parlare diverse figure di beati, offre le risposte ai quesiti del viandante, ai suoi dubbi non solo teologici ma anche, appunto, di fisica e di cosmologia. Si diceva che la cosmologia dantesca è del tutto determinata, ovviamente in senso geocentrico. Dante non conosceva la teoria eliocentrica di Aristarco di Samo che si era spinto anche al di là di Eraclide Pontico il quale aveva già abbandonato l'idea che i corpi celesti fossero incastonati come gemme in sfere di cristallo e pensava che Venere e Mercurio girassero intorno al Sole e gli altri pianeti si movessero intorno alla Terra. Aristarco sostenne invece un completo eliocentrismo spiegando tra l'altro l'alternarsi delle stagioni con l'inclinazione dell'asse terrestre. Ma tali dottrine, giudicate scandalose e al limite dell'empietà già al tempo di Aristarco, tra gli ultimi anni del IV e il III secolo a.C., non avrebbero trovato in seguito sostenitori davvero decisivi fino alla ben motivata ipotesi eliocentrica di Koppernigk (Copernicus), non sostenuta nemmeno da Ticho che pure ammirava moltissimo l'autore del De Revolutionibus orbium coelestium. Comunque tale ipotesi, affermatasi nelle idee di vari coraggiosi pensatori, ampiamente perfezionata e resa più aderente ai dati delle osservazioni (si pensi a Keplero) riuscirà infine a prevalere, ma la tragedia di Giordano Bruno e le drammatiche vicende di Galileo mostreranno quanto gravi fossero gli ostacoli da superare di fronte a un dogmatismo ottuso delle autorità religiose capaci di crudeli condanne anche quando già appariva chiaro agli stessi intellettuali ecclesiastici più aperti che la via maestra era eliocentrica.

L'universo di Dante, pienamente aderente al sistema tolemaico, è dunque quello che ha per centro il luogo più lontano dalla sede infinita di Dio che tutto circonda, cioè il fondo dell'Inferno in cui si trova Lucifero intento a divorare in eterno Giuda, Bruto e Cassio, traditori, secondo la sua concezione, di Gesù Cristo e dell'Impero già prefigurato o più precisamente fondato da Cesare il quale fu proclamato Imperator a vita non più nel senso usuale di vittorioso comandante supremo degli eserciti nella Repubblica, ma di Capo supremo della Repubblica. E lo stesso titolo di Rex non gli dispiaceva affatto, nonostante facesse un po' di complimenti quando gli offrivano la corona.

Non vi sono significativi scostamenti rispetto alla cosmologia comunemente accettata nell'antichità, ma in questo quadro Dante dà le ali alla sua fantasia ineguagliabile attraverso i gironi dei dannati, la montagna del Purgatorio, faticoso ma dolce cammino per i gradini dell'espiazione che conduce al Paradiso terrestre ed infine presentando i diversi cieli, a iniziare da quello della Luna.

Non si acquisirono in sostanza nuove conoscenze, neppure quelle che sarebbero state, almeno teoricamente, possibili. Un tema curioso in questo senso è sempre stato per me quello del pianeta Urano, visibile in certi momenti a occhio nudo per chi abbia una vista molto acuta, avendo magnitudo che può giungere a 5.5 come notava ad esempio Gabriele Vanin nel n. 4 / 1999 di Astronomia, la rivista dell'Unione Astrofili Italiani mentre secondo altri dati potrebbe giungere anche a 5.4. Urano fu scoperto casualmente, come si usa dire, nel 1781 da F. W. Herschel - che era però certamente un attento e preparatissimo ricercatore - mentre esaminava un campo stellare, anche se era stato notato in precedenza da altri senza essere riconosciuto come pianeta. D'altra parte non deve stupire che un oggetto mobile, un pianeta appunto, tra la quinta e la sesta grandezza sia preso per una stella. Ma Herschel non si fece ingannare da certe apparenze e, ricorda Vanin, giunse infine anche a scartare l'ipotesi di una cometa. Il moto apparente di Urano è molto lento, data la distanza e la magnitudo 5.5, forse anche la 5.4, viene raggiunta solo quando la distanza è al minimo mentre in altri momenti, ad esempio nel 2004-2006, va a lungo, secondo l'almanacco UAI, oltre la 6 e anche per altre guide in uso tra gli Astrofili risulta assai vicino alla 6 e quindi è praticamente invisibile anche a occhio d'aquila nudo. E non pare che le aquile guardino con interesse certi pianeti. Ma di Vanin, che fu a lungo Presidente e in altri momenti Coordinatore Editoriale dell'UAI, ho ritrovato anche un articolo di marzo-aprile 1999, Dante astrofilo che mi era sfuggito e che contiene riferimenti bibliografici importanti. Perciò credo che in futuro dovrò tornare sull'argomento.

Dante non si discosta dalla concezione geocentrica di Tolomeo, dottrina pressoché indiscussa del tempo, ma le sue invenzioni esercitano un fascino assolutamente straordinario sul lettore. Così è quando sono fantasia del tutto autonoma come quando rielaborano e fanno propri i miti antichi o i fatti più o meno recenti. Non potrò trattare dettagliatamente i circa centotrenta riferimenti all'Astronomia nella Commedia poiché questo richiederebbe spazi molto ampi e un ulteriore approfondimento con competenze maggiori delle mie. Così questa costruzione che si ispira ad una cosmologia certamente meno avanzata rispetto alle migliori concezioni dell'antichità che dopo tanti secoli di oblio si sarebbero riaffacciate, riuscendo infine a prevalere, mostra attraverso Dante il suo grande fascino anche nella disposizione, nel Paradiso, dei diversi "cieli", le sfere che comprendono i vari, corpi: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle fisse, Primo mobile, Empireo, la realtà di Dio che tutto comprende nella sua immensità. Dei diversi cieli si indicano anche le influenze, collegate però all'idea della suprema disposizione divina e non agli astrologi che, come gli altri che pretendono di essere maghi, indovini o profeti, Dante stesso condanna e deride con una specie di infamante contrappasso nel XX dell'Inferno. Ad esempio il cielo di Venere è simbolicamente collegato all'antica dea e all'idea stessa della bellezza e dell'amore che pare insita nello splendore del pianeta, mentre quello di Marte, più che alla guerra in genere, viene collegato alla sorte di coloro che hanno combattuto per la fede. Sempre affascinante è il resoconto del grande viaggio anche quando le invenzioni trasformano e fanno propri non solo i fatti storici più o meno recenti, ma gli stessi miti antichi. Vere e proprie reinvenzioni in cui Dante domina sempre gli argomenti trattandoli con sovrana libertà. I passi citati in questa nota sono sempre in carattere corsivo. I puntini di sospensione indicano che non si parte dall'inizio del discorso che viene citato o i rarissimi casi, tra parentesi quadre, in cui è stato necessario lasciare un verso incompiuto. Ho rinunciato invece a dar conto delle diverse forme delle parole nelle varie versioni tipografiche adottate dagli editori, soprattutto dei cambiamenti di vocale (come accade ad esempio per pianeta e pianeto) che non alterano il senso del discorso o frequentissimamente per l'articolo lo che può divenire il o 'l, gli che può divenire li', per il gruppo gn che sta al posto di ng (giugne = giunge), per le varie grafìe dei pronomi come per imperfetti quali lucevan in cui la v può cadere e per casi simili, così come per vocaboli che in diverse edizioni o in diversi passi del poema hanno versioni diverse. Un caso esemplare è quello di aquila e aguglia (sempre trisillabo sdrucciolo). Solo in due punti di Inf, X che presento un po' più avanti mi soffermo perché vengono coinvolte due rime. Allo stesso modo non cito, se non talvolta a mo' di esempio, i casi in cui il poeta intende indicare non i corpi celesti, ma solo le divinità ad essi collegate. Quanto ai riferimenti critici, mi piace ricordare in molti casi Natalino Sapegno (La Nuova Italia Editrice) che è stato per me come per molti altri in temporibus illis grande guida per la Commedia e ha contribuito a farne comprendere l'ineguagliabile fascino. Di altre opere tra le quali l'Enciclopedia Dantesca dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani del 1978 riveduta nel 1984, (Presidente Giuseppe Alessi) o dell'Edizione del centenario, Tutte le opere a cura di Fredi Chiappelli, Mursia, 1965, si rende conto in vari passi del lavoro. Naturalmente si potrebbe far riferimento a tante altre opere, ma questo piccolo saggio ri-schierebbe di diventare, se non lo è già, un mattone diffìcile da sopportare. La Letteratura Italiana Zanichelli per computer, senza commento, a cura di G. Stoppelli ed E. Picchi con collaboratori vari è stata preziosissima per certe fasi di ricerca. Preziosa è stata a suo modo, quale fulmineo promemoria in certi momenti, anche un'edizione senza commento, ma con una telegrafica sintesi degli argomenti all'inizio di ogni canto, della serie cento pagine 1000 lire edita dalla Newton Compton (Direttore responsabile G. A. Cibotto) nel 1993. Ho dato infine un'occhiata anche alla celebre edizione a cura di Niccolò Tommaseo, riproposta nel 1965, dunque sempre in occasione del centenario, dall'editore Aldo Martello, che presenta nel testo varianti notevoli e frequenti sempre, per quanto ho potuto vedere e come era ovvio aspettarsi, ritmicamente ineccepibili. Non l'ho usata molto perché, almeno

nella forma che ho visto io, anziché i numeri dei versi, presenta la suddivisione in terzine che sarebbe forse disagevole come indicazione per i possibili improbabili lettori. Così ho rinunciato a consultare dettagliatamente gli antichi commentatori, dal Buti al Benvenuto al Boccaccio che intendeva fare un commento completo alla Commedia, ma rimase fermo al XVII dell'Inferno. Nel Trattatello già ricordato, come in altre opere, Il grande autore del Decameron manifestò sempre somma venerazione per Dante, a differenza del Petrarca che evidentemente non riusciva a comprenderne pienamente l'assoluta grandezza, mentre tra più autorevoli commentatori del novecento non ho seguito il Momigliano e altri non solo per non gravarmi di un impegno che potrò forse affrontare meglio in futuro, ma anche per non appesantire eccessivamente questi schematici appunti. Ho infine acquistato con il quotidiano La Repubblica l'edizione della Mondadori-Le Monnier a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio con le illustrazioni di Dorè, un'opera eccellente che ho usato poco solo perché il mio lavoretto era già in dirittura d'arrivo. Ho consultato un po' inoltre la Deutsch - Italienisch edita - su licenza dei primi titolari dei diritti d'autore - per la Weltbild Verlag GmbH, Augsburg, 1994 che ho trovato in un recente viaggio in Germania. Un lavoro davvero esemplare per fedeltà e armonia nella traduzione rigorosamente in terzine, anche se non sempre molto agevole da documentare nei dettagli, anche a causa della mia perennemente insoddisfacente padronanza della magnifica, musicalissima lingua di Goethe, Schiller, Bach, Beethoven, Mozart, Weber, Schubert, Brecht... e lasciamo stare i tanti grandi artisti (si pensi a Dürer, a titolo di esempio), i filosofi dagli antichi maestri fino a Kant, Hegel, Marx, Engels et ceteri... altrimenti gli appunti non finiscono più. Chi sostiene la durezza della lingua tedesca perché pensa agli sproloqui dei nazisti e del loro caporione, deve considerare come diveniva la lingua italiana negli sproloqui dei loro precursori e maestri fascisti e del loro caporione. Chiudiamo la lunga parentesi.

Non vengono presentati proprio tutti i riferimenti, anche fuggevoli, all'Astronomia della Commedia, ma intanto le note finora realizzate sono comunque un promemoria sempre da controllare e correggere, soprattutto per il Paradiso in cui è diffìcile in certi casi districarsi tra i riferimenti astronomici in senso stretto e i simboli mitologico-religiosi che Dante usa. Rinunciamo inoltre a sottolineare gli iati (in caso di incertezza segnalati in diversi testi con una dieresi (..) che comportano una sillaba in più e che nel linguaggio corrente sono dittonghi quali troviamo in re-gi-on, glo-ri-o-se e simili. Così (basti un esempio) non si sottolineano tutti quei casi in cui è ovvio che le vocali finali e le iniziali delle parole successive debbono essere separate per produrre l'endecasillabo. Si veda da sé; però - all'Ispani e - all'Indi nel canto XXIX del Paradiso. Certamente non avremo così risolto tutti i problemi di ritmo del poema che richiederebbero ben altro tipo di approccio, sempre tenendo presente che Dante è perfetto anche da questo punto di vista.

Cerchiamo dunque di andare con un minimo di ordine, rimandando forse alle calende greche un'esposizione davvero completa e dettagliata.