Nel Paradiso

 

In quest'ultima cantica in particolare, oltre alle indicazioni numerose e ben chiare di astri determinati, si trova un notevole numero di allusioni a divinità (Venere, Marte, Giove, Sole senza collegamento ai corpi celesti) che non vengono considerate, così come non si annota ovviamente ogni volta che il poeta nomina il cielo o i cieli.

Il primo canto contiene subito una notevole serie di riferimenti che è quasi impossibile elencare separatamente. La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra e risplende in una parte più e meno altrove. / Nel ciel che più della sua luce prende ... (il decimo cielo, l'Empireo). Subito dopo Surge ai mortali per diverse foci / la lucerna del mondo ma da quella / che quattro cerchi giugne con tre croci / con miglior corso e con migliore stella esce congiunta e la mondana cera / più a suo modo tempera e suggella. Qui il poeta, sul piano astronomico, a parte possibili significati allegorici, indica con i quattro cerchi l'orizzonte, l'equatore celeste, l'eclittica e il coluro equinoziale, cioè il mediano celeste che tocca i due punti equinoziali. Si vedano tra gli altri il Sapegno e l'edizione del centenario. Questi cerchi si intersecano agli equinozi formando appunto tre croci. Qui si indica naturalmente, come spiegano tutti i commentatori, il punto equinoziale di Primavera in cui, come abbiamo visto, Dante, seguendo forse per finzione poetica i racconti tradizionali, pone il Sole nel momento della creazione divina.

Nel secondo canto, Beatrice avverte il poeta: "Drizza la mente in Dio grata, mi disse / che n 'ha congiunti con la prima stella", ad indicare in questo caso la Luna e troviamo poi subito il caso delle macchie lunari che, ricorda Dante, fan di Cain favoleggiare altrui. Quando Beatrice invita il suo fido seguace a dire quello che egli ne pensa per proprio conto, questi darà la risposta che corrisponde forse ad un'ipotesi o ad una convinzione precedente che deve essere smentita. E io: "Ciò che n 'appar quassù diverso / credo che fanno i corpi rari e densi ". La confutazione di Beatrice, articolata e puntuale, afferma che Virtù diverse esser convegnon frutti / di principii formali, [...] riferendosi anche al cielo delle stelle "fisse" delle quali la diversa luminosità non è spiegabile con zone di diversa densità, ma mostra anche come la maggiore o minore densità dei vari strati del corpo lunare non spiegherebbe affatto la situazione, in quanto se vi fossero strati di minore densità ciò [...]fora manifesto / nell 'eclissi del sol per trasparere / lo lume come in altro raro ingestó'\ E anche se lo strato diverso fosse più interno, cioè più lontano dalla vista umana, la situazione sarebbe la medesima, come Dante stesso potrebbe verificare con un esperimento che viene accuratamente e dettagliatamente descritto nel corso di varie decine di versi.

 

Immagine dell'eclisse di Sole del 29 marzo 2006 realizzata da Emilio Sassone Corsi nel deserto libico alle 12h 35m 54s con un rifrattore apocromatico Skywatcher 120 ED f/7,5 e camera Canon 20 Da ISO 100 posa 1/800s.

 

Nel finale del canto vediamo ... cosi l'intelligenza sua tonfate /multiplicata per le stelle spiega, ...

In Par, III all'inizio, Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto ... Qui il Sole rappresenta però Beatrice. In Par, IV notiamo Ancor di dubitar ti dà cagione / parer tornarsi l'anime alle stelle, /secondo la sentenza di Platone. Ma qui l'indicazione delle stelle con la citazione del sommo pensatore greco è generica.

Nel canto V, v 29 ... ma non so chi tu se 'né perché aggi, /anima degna, il grado della spera /che si vela a 'mortai con altrui raggi... L'anima si trova nel cielo di Mercurio, il pianeta che si "nasconde"con i raggi del Sole, dato che sorge e tramonta sempre a breve distanza angolare dal Sole, tanto che, benché possa raggiungere una magnitudo che lo renderebbe visibilissimo, si osserva difficilmente e per brevissimo tempo appena prima dell'alba oppure subito dopo il tramonto, come ricorda anche l'edizione della Mondadori che poi suggerisce la spiegazione dei versi quasi immediatamente successivi: Sì come 'l sol che si cela elli stessi /per troppa luce, come 'l caldo ha rose / le temperanze d'i vapori spessi,... cioè, in sintesi, il Sole, attraverso spessi vapori si può guardare, ma appena questi vengono dissolti, fissarlo diventa intollerabile agli occhi umani per eccesso di luce.

Nel VI, dal v 112 Questa picciola stella si correda /di buoni spirti che son stati attivi... Si tratta ancora di Mercurio, come ci avverte il Sapegno che ricorda anche il passo del Convivio in cui Dante definisce Mercurio il minore dei pianeti ovvero la più picciola stella del cielo, ancora una volta usando il termine stella nel senso generico di astro e ovviamente molto prima che ci si rendesse conto delle dimensioni ancora minori di Plutone, sempre ricordando che le conoscenze dei tempi di Dante non permettevano alcuna valutazione di dimensioni e i pianeti noti non andavano oltre Saturno). Nel canto Vili, dopo un riferimento iniziale al terzo epiciclo, secondo la famosa teoria degli epicicli che all'Astronomia pre-copernicana erano necessari per giustificare i moti celesti , dal v 10 ... e da costei ond'io principio piglio /pigliavano il vocabol de la stella / che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio... Poiché il canto comincia (piglia principio) citando la bella Ciprigna ovvero la dea Venere Afrodite, il poeta ricorda che da lei gli antichi prendevano il nome della "stella", cioè del pianeta Venere che il Sole vagheggia, tenendola sempre prossima a sé, seguendola o precedendola sempre a non grande distanza nel cielo, benché a distanza nettamente maggiore rispetto a Mercurio (cfr anche l'edizione Mondadori di Bosco e Reggio), tanto che nei momenti più favorevoli è ben osservabile alle latitudini cui Dante si riferisce anche per quasi tre ore. Nel finale si parla di Marte, ma solo come divino padre di Romolo e si è già detto che qui si considerano solo le allusioni a reali corpi celesti.

In Par X, l'arrivo nel cielo del Sole. Ed ecco, dal v 'l, Leva dunque, lettor, a l'alte rote / meco la vista, dritto a quella parte / dove l'un moto e l'altro si percuote. Il poeta invita qui il lettore a levare lo sguardo verso i cieli e in particolare a quella parte in cui si incontrano i due moti, quello diurno da Est ad Ovest e quello annuo da Ovest ad Est. In sintesi i punti in cui si incontrano l'Equatore celeste e l'eclittica nei due punti equinoziali dei quali Dante considera qui solo quello primaverile. Si veda l'Edizione del centenario e quella della Mondadori.

Dell'eclittica Dante parla anche subito dopo: Vedi come da indi si dirama I l'oblico cerchio che i pianeti porta / per sodisfare al mondo che li chiama: /che se la strada lor non fosse torta /molta virtù nel del sarebbe in vano, ... Ciò perché se l'inclinazione dell'eclittica che "porta" i pianeti ai quali gli uomini si rivolgono per contemplarli o anche per considerarne gli influssi (sempre legati per Dante alla volontà divina) non fosse esattamente quella che è, le stagioni avrebbero un andamento diverso mentre se l'inclinazione fosse nulla non si avrebbero stagioni, con le conseguenze sulla vita che qualunque astrofilo è in grado di immaginare e che l'edizione Mondadori a cura di Bosco e Reggio sintetizza in modo magistrale.

E ancora pochissimi versi dopo vediamo Lo ministro maggior de la natura, /che del valor del ciel lo mondo imprenta / e col suo lume il tempo ne misura ... Si tratta ovviamente del Sole che trasmette al mondo il valore del cielo e attraverso i modi in cui gli invia la sua luce scandisce le misure del tempo.

Al v 40 Dante dichiara di non essere in grado di descrivere il suo ingresso nella luce stessa del Sole: Quant'esser convenia da sé lucente / quel eh 'era dentro al sol dov 'io entra 'mi ,non per color, ma per luce parvente! /Perch 'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami / sì noi direi che mai s'imaginasse, ... e subito aggiunge che ciò non deve meravigliare ... che sopra 'l sol non fu occhio eh 'andasse. La vista umana, vuol dire il poeta, non conobbe mai luce più vivace di quella del Sole, come spiegano diversi commentatori. E Beatrice incominciò: "Ringrazia /ringrazia il Sol de li angeli eh 'a questo / sensibil t'ha levato per sua grazia. Qui il Sole degli angeli ha l'iniziale maiuscola anche nel testo dantesco perché rappresenta Dio.

E ancora, al v 67 Così cinger la figlia di Latona / vedem talvolta quando l'aere è pregno... La figlia di Latona che viene talvolta cinta da un alone causato dai vapori atmosferici è evidentemente Diana che rappresenta la Luna. E dal v 78 Poi, sì cantando, quelli ardenti soli /si fuor girati intorno a noi tre volte, / come stelle vicine a 'fermi poli, ...

Nel canto XII al v 28 ... si mosse voce, che l'ago alla stella /parer mi fece in volgermi al suo dove; ... Si sentì una voce che mi fece sembrare l'ago calamitato che si dirige verso la Stella polare, per la prontezza con cui mi volsi nella sua direzione.