Dopo un bell'elenco di stelle il viaggio prosegue

 

Nel XIII, all'inizio, seguendo il Sapegno e in parte il Tommaseo e la Deutsch-Italenisch, vediamo una elaborata rappresentazione che coinvolge innanzi tutto quindici stelle di prima grandezza visibili nel "nostro" cielo: Imagini chi ben intender cupe / quel ch' i 'or vidi (e ritenga I 'image, / mentre ch' io dico, come ferma rupe) / quindici stelle che 'n diverse plage / lo cielo avvivan di tanto sereno / che soperchia dell'aere ogni compage;...

Dato per scontato il fatto che Dante non avesse notizie precise di stelle molto meridionali, anche ammettendo che ne potesse aver sentito più o meno vagamente parlare, possiamo vedere quali sono pressoché certamente le stelle che egli considera e le disporremo in ordine di AR utilizzando una tabella dell'Almanacco di Astronomia, la rivista dell'UAI. Per chi non ha dimestichezza con certi termini (non certo per gli Astrofili) ricorderò che AR (ascensione retta) è la distanza in gradi dal meridiano celeste Zero, qualcosa di analogo alla longitudine geografica mentre la declinazione D è la distanza in gradi dall'Equatore celeste, analoga alla latitudine geografica. Le stelle in questione dovrebbero essere dunque le seguenti: Aldebaran (Taurus), Rigel (Orion), Capella (Auriga), Betelgeuse (Orion), Sirius (Canis Major), Castor (Gemini) Procyon (Canis Minor), Pollux (Gemini), Regulus (Leo), Spica (Virgo), Arcturus (Bootes), Antares (Scorpius), Vega (Lyra), Altair (Aquila), Deneb (Cygnus). Immediatamente dopo ... imagini quel Carro a cui il seno / basta del nostro cielo e notte e giorno, / sì ch' al volger del temo non vien meno; imagini la bocca di quel corno / che si comincia in punta de lo stelo / a cui la prima rota va dintorno ... Cioè l'Orsa maggiore, il Carro per il quale Dante tiene conto di tutte e sette le stelle principali (che alle latitudini considerate rimane sempre sopra l'orizzonte, ovunque sia rivolto il suo timone) e l'Orsa minore, con Kochab e Pherkad (usiamo qui sempre i noti suggestivi nomi arabi) mentre alla Stella polare il poeta si riferisce solo perché è presso il centro della rotazione della sfera celeste ma, benché di magnitudo nettamente superiore a Pherkad, non entra nel quadro che egli definisce. Immagini dunque il lettore che tutte queste 24 stelle (15 più le 9 considerate delle due orse) abbiano fatto due corone in cielo di forma simile alla Corona Borealis ...e avrà quasi l'ombra della vera / costellazione e della doppia danza / che circulava il punto dov'io era; indicando il movimento delle due corone. Non entro in altri argomenti che andrebbero trattati in modo dettagliato. Anche la Deutsch-Italienisch, in accordo con gli altri commentatori, parla di Sternzeichen der nòrdlichen Krone. In realtà il termine significa segno zodiacale, ma la Corona Borealis è abbastanza lontana dalla fascia dello Zodiaco e del resto Dante parla solo di costellazione, il cui termine corrispondente sarebbe Sternbild. È la corona che secondo il mito, dopo la morte di Arianna, Bacco collocò in cielo trasformando quella che lei usava in vita. Ed eccoci al XIV, dal v 85, Ben m'accors'io ch'i era più levato /per l'affocato riso de la stella /che mipareapiù roggio che l'usato ... si accorse cioè di essere salito più in alto, ovvero nel cielo di Marte di cui riconosce la luce rossa. Ancora una volta Dante usa il termine stella per indicare in genere un corpo celeste e poco dopo aggiunge: ... m'apparvero splendor dentro a due raggi, I ch' io dissi "0 Elias che sì li addobbil", con l'equivoco ricordato dal Sapegno tra Elios come Sole ed Eli, ovvero Dio.

 

Mosaico di 11 immagini della Via Lattea realizzato da Marco Me-niero e Peccioli (Pisa) ottica Canon EF100 mm f/2 pellicola Kodak E200 tirata a 320 ISO, posa di 7 minuti per ciascuna posa. Immagine già pubblicata su Le Stelle, numero 25, Gennaio 2005.

 

E di seguito Come distinta da minori e maggi / lumi biancheggia tra 'poli del mondo /galassia sì, che fa dubbiar ben saggi I Sì costellati facean nel profondo /Marte quei raggi il venerabil segno / che fan giunture di quadranti in tondo. Quei raggi all'interno di Marte (cfr Sapegno) rappresentavano cioè una croce.

Nel XV canto troviamo, dal v 13, quale per li seren tranquilli e puri I... e pare stella che tramuti loco, ... Poi... a pie di quella croce corse un astro /de la costellazion che lì resplende;...

Nel XVI dal v 35, ancora nel corso del colloquio con il trisavolo Cacciaguida ... dissemi: "Da quel dì che fu detto ave / al parto in che mia madre, ch' è or santa, / s'alleviò di me ond 'era grave, /al suo Leon cinquecento cinquanta /e trenta fiate venne questo foco /a rinfiammarsi sotto la sua pianta. In estrema sintesi e sorvolando su alcuni elementi di incertezza nel calcolo mitico-religioso dei tempi, Marte (questo foco), dal giorno dell'Annunciazione venne 580 volte a ritrovarsi sotto la zampa del Leone, suo ricorda Sapegno citando Pietro di Dante perché "est complexionis calidae et siccae sicut Mars".

All'inizio del canto XVII troviamo ancora un'allusione a Fetonte che volle guidare il carro del Sole, senza tuttavia che si nomini espressamente alcun astro.

Nel canto XVIII, dal v 67... tal fu ne li occhi miei, quando fui volto, /per lo candor de la temprata stella /sesta che dentro a sé m'avea ricolto. È l'arrivo nel cielo di Giove. Nel XIX, a pochissimi versi dell'inizio, troviamo Parea ciascuna rubinetto in cui / raggio di sole ardesse sì acceso / che ne'miei occhi rifrangesse lui. Ciascuna delle anime di cui ha appena parlato risplendeva come un grazioso rubino in cui il raggio del Sole ardesse così acceso che nei miei occhi rifrangesse il Sole medesimo (Cfr, tra gli altri, Edizione del Centenario e Sapegno).  Al verso 115 0 dolce stella, quali e quante gemme ... sempre nel cielo di Giove.

Nel canto XX , all'inizio, troviamo Quando colui che tutto 'l nondo alluma / de l'emisperio nostro sì discende, / che 7 giorno d'ogne parte si consuma, / lo del che sol di luì prima s'accende /subitamente si rifa parvente /per molte luci, in che una resplende. In breve: Il poeta dice che quando il Sole, che illumina tutto il mondo, tramonta riappaiono le altre luci (che prima non si potevano vedere) nelle quali una sola risplende: la sua Come puntualmente nota tra gli altri il Tommaseo, Dante mostra di pensare che il Sole illumini anche tutte le altre stelle. Un errore assoluto di visione scientifica comune agli astronomi che egli conosceva.

Nel XXI, quasi all'inizio, Noi sem levati al settimo splendore / che sotto 'l petto del Leone ardente... Noi siamo saliti, spiega Beatrice, al settimo cielo, quello del pianeta Saturno, nel segno (nel 1300 anche nella costellazione) del Leone. NelXXII, dal v 108 ... tu non avresti in tanto tratto e messso / nel fuoco il dito in quant 'io vidi 'l segno / che segue 'l Tauro e fui dentro da esso. Cioè tu, lettore, non avresti messo il dito nel fuoco per toglierlo subito in minor tempo di quanto io vidi il segno che segue il Toro e fui dentro esso. O gloriose stelle, o lume pregno /... e poco dopo ... e poi quando mi fu grazia largita /d'entrar ne l'alta rota che vi gira /la vostra region mi fu sortita, mi fu assegnata la vostra costellazione. Ricordiamo che Dante considera i Gemelli come la sua costellazione. Dal momento che la data più probabile della sua nascita si colloca tra la fine di maggio e i primissimi giorni di giugno del 1265, era certo del segno dei Gemelli. Del resto il Sole entrava allora nella costellazione dei Gemelli già il 4 giugno, mentre oggi vi entra solo il 22 uscendo dal Toro. Sappiamo che la precessione non si arresta e che il significato scientifico dei segni astrologici è esattamente zero.  E ancora dal v 133: Col viso ritornai per tutte quante/le sette spere, e vidi questo globo / tal,ch' io sorrisi del suo vii sembiante; cioè dell'aspetto misero della Terra vista da oltre il settimo cielo. E poi subito: Vidi la figlia di Latona incensa / sanza quell'ombra che mi fu cagione /perché già la credetti rara e densa. Come in altri casi, ma qui in una serie completa, le figure mitiche indicano gli astri: La Luna (Diana, figlia di Latona) illuminata (accesa) priva di quelle macchie che, ricorda il poeta, lo avevano indotto a crederla formata di zone rare e dense e quindi in questa complessa fine di canto gli altri pianeti (e divinità) indicati con perifrasi da Iperione, il Sole di cui ora il suo sguardo può sostenere la luce, con Mercurio, figlio di Maia e Venere, figlia di Dione a lui vicini, Giove di cui si ricorda il padre, Saturno e il figlio Marte. Tutti i primi sette cieli rappresentati dalle divinità antiche di cui Dante comprende tra l'altro il variare delle posizioni in cielo e anche quanto siano veloci e, prima di rivolgere gli occhi alla sua Beatrice, getta ancora uno sguardo alla Terra: L'aiuola che ci fa tanto feroci / volgendom 'io con li etterrni Gemelli / tutta m'apparve da 'colli alle foci. Poscia rivolsi gli occhi alli occhi belli. Nel canto XXIII al v 7 si parla dell'uccello che attende il giorno ed il cibo ... e con ardente affetto il sole aspetta Ifiso guardando pur che l'alba nasca ; I così la donna mia stava eretta / e attenta rivolta inver la plaga / sotto la quale il sol mostra men fretta, cioè sotto il meridiano, presso il quale il Sole sembra appunto rallentare il suo moto apparente. Dal v 25 Quale ne 'plenilunii sereni / Trivia ride tra le ninfe etterne ... la Luna (Trivia, ovvero Diana) brilla, cioè, tra le stelle ... e in seguito, dopo un riferimento a un raggio di sol, troviamo al v 92 ... il quale e il quanto della viva stella che rappresenta Maria madre di Gesù e supera ogni altra luce del cielo.

Nel XXIV, dal v 10, Così Beatrice; e quell'anime liete /si fero spere sovra fissi poli / fiammando, a volte, a guisa di comete, divennero cioè sfere concentriche, (ricorda Sapegno citando il Buti) "fiammeggiando" come comete. Nel XXV, 54 La chiesa militante alcun figliuolo /non ha con più speranza com 'è scritto / nel Sol che raggia tutto 'l nostro stuolo. Qui il Sole rappresenta Dio e perciò anche nel testo del Tommaseo è con l'iniziale maiuscola. Al v 70 Da molte stelle mi vien questa luce, ... Dal v 100, si legge Poscia tra esse un lume si schiarì / tal che se 'l Cancro avesse un tal cristallo /1'inverno avrebbe un mese d'un sol dì, cioè, ci dicono il Tommaseo e il Sapegno, se nel Cancro si trovasse una simile luce, l'inverno avrebbe per un mese continuamente luce, in quanto un astro luminosissimo tramonterebbe quando l'altro sorge. È chiaro che il discorso andrebbe comunque approfondito. Dal v 118 troviamo Qual è colui ch' adocchia e s'argomenta /di vedere eclissar lo sole un poco / che per veder non vedente diventa ... perché viene appunto abbagliato dal Sole. Nel XXVII ai vv 14-15 ... Qual diverrebbe love s'elli e Marte /fossero augelli e cambiassero penne. Cioè se il chiaro Giove e il rosso Marte fossero uccelli e si scambiassero le "penne", ovvero il colore.

Poi, dal v 142 ... Ma prima che Gennaio tutto si sverni [qui gennaio è bisillabo] I per la centesma ch' è là giù negletta ... Dante qui affronta un tema che sarà risolto solo quasi tre secoli più tardi con la riforma del calendario giuliano cui si sostituirà quello gregoriano e dice che in prospettiva gennaio avrebbe finito col non essere più un mese invernale e sarebbe divenuto primaverile e poi estivo e così via. "Non c'è pericolo - sottolinea il Tommaseo - che all'Astronomo nostro rimanga qualche cosa d'inosservato rispetto alla favorita sua scienza". Così il grande studioso del secolo XIX illumina l'amore di Dante per l'Astronomia e la sua eccellente conoscenza della materia.

Nel XXVIII, dal v 16 un punto vidi che raggiava lume / acuto sì che 'l viso ch' elli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume / e quale stella par quinci più poca /parrebbe luna, locata con esso, / come stella con stella si colloca. Vidi un punto che emetteva tanta luce, ... che l'occhio doveva essere chiuso poiché non ne sopportava l'acume e talmente piccolo per dimensione che qualunque stella sembri più minuscola in confronto a quel punto sembrerebbe una luna se fosse collocata come una stella accanto alle altre in cielo. Ma quel punto privo di dimensione rappresenta in realtà l'immensità e lo splendore di Dio che il poeta vede negli occhi della sua Beatrice, circondato da nove cerchi concentrici (efr Sapegno e Tommaseo). Altri elementi si potrebbero sottolineare in questo canto, anche con riferimenti non specifici alla fisica degli astri, ma in questa sede può bastare indicarne le presenza.

Nello stesso canto, dopo un riferimento al primo mobile dell'Astronomia di allora, ecco, dal v 116 ... in questa primavera sempiterna / che notturno Ariete non dispoglia, ... Viene indicata la stagione in cui l'Ariete si vede particolarmente evidente di notte, cioè l'Autunno. Il Tommaseo nota qui puntualmente ciò che comunque gli Astrofili ben sanno.

Nel XXIX all'inizio Quando ambedue li figli di Latona / coperti del Montone e de la Libra, / fanno de l'orizzonte insieme zona / quant 'è dal punto che 'l cenit i 'nlibra / infin che l'uno e l'altro da quel cinto, /cambiando l'emisperio si dilibra. ... Quando II Sole e la Luna (i figli di Latona, Diana e Apollo, sempre in quanto lei rappresentante la Luna e lui il Sole) si trovano uno in Ariete e uno in Bilancia e quindi equidistanti dallo Zenit che li tiene in equilibrio nel momento in cui uno tramonta e l'altro sorge ... (Cfr Tommaseo, Deutsch-Italienisch già citata, Sapegno, Edizione del centenario, Enciclopedia dantesca Treccani). Nello stesso canto al verso 97 inizia il ricordo dell'oscuramento totale della Terra che che per la tradizione si sarebbe verificato al momento della morte di Gesù secondo la testimonianza dei Vangeli e che Dante non giudica corretto cercar di spiegare, come molti fanno, con un'eclissi di Sole poiché questa avrebbe interessato solo una sottile zona. Un dice che la luna si ritorse / nella passion di Cristo e s'interpose, /perché il lume del sol più non si porse; /e mente, che la luce si nascose / da sé; però all'Ispani e all'Indi /come a ' Giudei tale eclissi rispose. In questo punto la fede di Dante prevale sulla sua pur eccellente cultura scientifica e mi pare che il divino mostri quasi di voler credere quia absurdum. Nel XXX, all'inizio, Forse seimila miglia di lontano / ci ferve l'ora sesta, e questo mondo / china già l'ombra quasi al letto piano, / quando il mezzo del cielo a noi profonda / comincia a farsi tal ch' alcuna stella /perde il parere infino a questo fondo; / e come vien la chiarissimna ancella / del sol più oltre così 'l del si chiude / di vista in vista infino alla più bella. Cerchiamo di dare un'idea sommaria seguendo Tommaseo, Bosco e Reggio, Sapegno. Forse, dunque, a seimila miglia (circa) di distanza da noi arde l'ora sesta ovvero il mezzodì, quando la Terra proietta la sua ombra quasi orizzontalmente e le stelle meno luminose, appunto poco prima del sorgere del Sole, cessano di essere visibili fino al fondo, cioè la Terra che si trova nella parte più "bassa" dell'Universo. E quando giunge l'aurora (l'ancella del Sole) scompaiono tutte fino alla più luminosa. Anche in questa occasione accenno ancora ad una serie di note che per la complessità della materia andrebbero molto approfondite e viste nei dettagli in un lavoro più completo. Al v 24 un riferimento a Beatrice il cui riso è come un Sole. E ancora al v 75 ... così mi disse 'l sol delli occhi miei.

Al v 126 troviamo ... odor di lode al sol che sempre verna. Quel Sole (Dio) che fa eterna Primavera (Bosco - Reggio e altri).

Nel XXXI al v 28 con Oh trina luce n unica stella ... troviamo un riferimento alla Trinità mentre nei versi seguenti, come dicono il Tommaseo e il Sapegno, vengono ricordati i miti di Elice, trasformata da Giove nella costellazione dell'Orsa maggiore di cui Bootes è figlio mentre la Deutsch -Italienisch indica specificamente: Ihr Sohn ist der Stern Arktur, la brillantissima Arcturus che si trova con estrema facilità seguendo la curvatura della coda dell'Orsa stessa. Anche qui un'analisi un po'più approfondita sarebbe ovviamente necessaria.

Verso la fine, dopo l'invito di San Bernardo ... ma guarda i cerchi infino al più remoto, cioè fino al più alto, tanto da vedere il seggio di Maria, il poeta dice Io levai li occhi e come da mattina / la parte orientai de l'orizzonte / soverchia quella dove 'l sol declina, /così, quasi di valle andando a monte / con li occhi, vidi parte nello stremo / vincer di lume tutta l'altra fronte. Come, cioè, la parte dalla quale sta per alzarsi il Sole risplende di luce, così vidi una parte della rosa (Maria) superare per luce "tutta l'altra altezza che era in tondo" come ci dice il Buti attraverso Sapegno che seguiamo in questo passo assai difficile. Subito dopo il poeta si riferisce nuovamente al mito di Fetonte che non seppe guidare il carro del Sole.

Nel canto XXXII troviamo Così ricorsi ancora a la dottrina / di colui ch' abbelliva di Maria / come del sole stella mattutina. E, sempre con l'aiuto del Sapegno, eccoci alla spiegazione, in verità questa volta abbastanza semplice. Ricorsi, dice Dante, alla dottrina di San Bernardo che si abbelliva fissando la luce di Maria come la "stella" mattutina, Venere, brilla per la luce del Sole. Nel XXXIII, al v 64 un accenno molto generico al Sole: Così la neve al sol si disigilla; ... Quindi al v 85 Nel suo profondo vidi che s'interna, / legato con amore in un volume / ciò che per l'universo si squaderna; Nella profondità della luce di Dio si trova tutto ciò che si diffonde per l'Universo. Poi il finale già citato ... l'amor che move il sole e l'altre stelle.