RACCONTI 1964-1972

Opus 1  n. 1

(2-9 gennaio 1964)

   

Passo vicino ad un caffè poco fuori del centro e mi vien voglia di entrare. All'interno luce diffusa e non molto viva. Calma. Mi siedo. Pochi clienti, qualche voce dalla sala da gioco. A destra, ad un tavolo, un vecchio con un compagno un po' più giovane. Presso  un altro, sul fondo, dietro una delle colonne che sostengono il soffitto, una piccola comitiva di giovani e ragazze. Una ragazza ha posato dei libri sul banco e sta ordinando qualcosa: vado al banco anch'io e ordino un punch, poi ritorno al mio tavolo invitando anche la ragazza. E' carina, occhi e capelli castani, intelligente, simpatica. Chiacchieriamo. Ho visto (un attimo dopo "mi sembra" di aver visto) una fanciulla sullo sfondo incerto passare ed andarsene, non so dove, ma probabilmente fuori, almeno qui non c'è più. La mia compagna di tavolo non è affatto simpatica: strano, e sembra anche molto sciocca, a sentirla parlare. In ultima analisi (con tutto il pro e il contro) è decisamente brutta e mortalmente stupida e noiosa. Ah, eccola (l'altra). E' bionda, molto giovane, anche più di me, ha i capelli lunghi pettinati non so in che modo, vestito semplice molto elegante ... Senonché deve di nuovo essere uscita, o forse è da una finestra che l'ho vista. Mi alzo dicendo che ho visto dalla finestra un amico al quale devo parlare e mi scuso con la mia graziosa compagna di tavolo (probabilmente quella ne è felicissima): è molto bella e ha degli occhi profondissimi. Mi allontano e all'improvviso ripenso alla gaffe che ho fatto: la stanza non ha porte né finestre ed io ho detto di aver visto un amico fuori. Mi volgo indietro: l'amica sorride divertita con tono garbatamente superiore come chi non si è affatto seccato perché non ne vale la pena. Me ne vado: passo avanzando nel grigio assoluto, non ci si vede ad un millimetro dal naso, o meglio si vede tutto grigio come se l'aria fosse di cenere. Posso andare avanti come mi pare, non vedo i miei piedi che vanno su un fondo liscio in leggera salita (o forse è l'impressione), non vedo le mie mani, non vedo niente di niente, senonchè in alto a sinistra sembra di scorgere una fonte di luce perché il grigio è un po' più chiaro.

Vorrei andare da quella parte. Sono evidentemente uscito dal bar: ciò non è logico, non ci sono entrate né uscite. Devo evidentemente essermi distratto: a rigor di logica non posso uscirne, ma non ho sentito nessun muro sbattermi in testa, eppure ho commesso un abuso, una gravissima infrazione, però non ne ho colpa. Molti, purtroppo, sarebbero pronti in ogni caso a sostenere che non ho il diritto di chiedermi perché mi sia trovato in un luogo senza uscite, essendo questa la mia condizione umana di cui è puerile chiedersi la causa mentre è necessario operare al suo interno. Sciocchezze: tutti sanno che bisogna anche lavorare. Tornerò subito indietro.

Ah! ma se io non posso uscirne non deve esserne uscita neppure la fanciulla bionda. Rieccomi dentro. No, per lei non vale, non c'è, e se n'è andata anche l'amica di prima (quella stupida!). Sono solo tra quattro pareti bianche, sei col soffitto e il pavimento. Da qualche parte c'è ancora - ne sono certo - un banco con le bottiglie e la macchina del caffè. Mi siedo, faccio per rivolgermi al cameriere-proprietario il quale (che il Diavolo se lo porti) è proprio in divisa di colonnello (all'incirca) dell'esercito e mi precede venendomi incontro. Non è affatto ossequioso: « E' ora di muoversi » mi dice ed aggiunge che la mia flemma e le condizioni della mia divisa (decisamente deplorevoli, sottotenente) non depongono affatto, a suo avviso, in senso favorevole rispetto alla valutazione delle mie attitudini militari. Faccio (rispettosamente) notare al signor colonnello che la cosa è ben lungi dal recarmi un qualche motivo di sorpresa. Non solo, ma anche che non mi rendo addirittura conto di come qualcuno possa mettersi ora a pensare alle mie virtù militari, dato che io devo essere uscito di casa poco fa ed essere capitato per caso dove ora mi trovo (anzi, stavo per andarmene anche di qui), e che non sono affatto sottotenente e neppure minimamente legato in maniera diretta ad affari militari, dato che devo ancora terminare l'università ed ho sempre svolto regolarmente tutte le pratiche per il rinvio del servizio militare al quale avrò diritto fino alla fine degli studi o comunque fino a ventisei anni. Mi risponde che non ha tempo di stare a sentire le mie frescacce che potrò sempre raccontargli quando avrà meno da fare, al posto delle barzellette idiote del maresciallo, che io non sono affatto matto come vorrei far credere, ma solo in preda ad una fifa colossale, e devo sbrigarmi a raggiungere il mio plotone, che va in prima linea.

In prima linea: evidentemente il vecchio pazzo vuol giocare alla guerra. Io posso ammettere, ripensandoci, che mi abbiano fatto ufficiale di complemento anche se, date le tendenze politiche dell'individuo in esame, deve essere stato difficile, ma che mi mandino in prima linea è una macroscopica idiozia.

Cioè, insomma, faccio rispettosamente osservare al signor colonnello che non è possibile che ci si possa fidare di me al punto di spedirmi in prima linea.

« E' perfettamente logico, se ci tiene a saperlo! Vorrebbe che la mandassero in qualche deposito a vivere da granduca sabotando i rifornimenti di quelli che vanno a farsi friggere, tanto per occupare il suo rispettabile tempo libero? »

In prima linea, accidenti! Sarà una esercitazione? - penso. Non è possibile, non può essere vero: come può essere accaduto che in questa atmosfera di distensione internazionale sia scoppiata la guerra?

« Il nemico - il signor colonnello mi toglie ogni dubbio - ha attaccato ... - guarda l’orologio - diciassette minuti fa il nostro settore dopo aver superato, la scorsa notte, le linee orientali ».

Non c'è ma che tenga. Sarò accompagnato dalla mia ordinanza a prendere il comando del mio plotone. Diciassette minuti ... e mezzo, penso, è già qualcosa, per noi, e dico al signor colonnello che mi precipito immediatamente a fermare il nemico, al mio posto, insomma. Saluto ed esco.

Il nemico, sul quale ho da un po' un certo strano dubbio, deve essere arrestato, almeno per un certo tempo. Ma chi diavolo? Qui sono tra i guai, se non riesco ad avere certi ragguagli. Ma all'improvviso ho un'idea luminosa, una diabolica ispirazione, il cavallo di Troia.

Con aria da sergente inglese in vena di scherzi particolarmente esecrabili, domando alla mia ordinanza:

« Ehi, testuggine, chi è il nemico? »

« Il n...nemico, signor tenente? »

« Sotto ». Lo prendo per un invito a spifferare.

« Ehm, ma certo, signor tenente, ... certo. Il nemico... come lei sa ...

« No, sotto, sottotenente. Comunque, gradi a parte, chi è il nemico? E bada di non fare lo stupido! Ti sto chiedendo ...

« Ehm, certo, signor ten... beh, loro, no? cioè i russi ... credo ».

« Chi èèè!!? Ah, credi? pezzo di cretino! Non me ne frega niente di quello che credi, voglio sapere chi è! »

« I r...russi, signor ten... sottotenente, e i paesi satelliti ».

« Ah! Lo sospettavo ».

« Lo ... sospettava, signor tenente? »

« Sì.,  Evidentemente sono sempre un po' meno stupido di quanto non credano i tipi come te, e ce ne sono tanti. Tu! spia! vigliacco, traditore, ti dispiace, eh? combattere contro i tuoi colleghi, contro i tuoi fratelli, i compagni, quelli che la pensano come te! ti si legge sul muso, traditore, comunista! sabotatore di tutti noi che andiamo a farci friggere al posto di non so chi, tu farai di tutto per farcela perdere, questa dannata guerra! Già, dato che "i proletari non hanno patria", ma qui siamo in prima linea, ormai, e lo vedrai se ce l'hai o no una patria: sarà quella che ti tirerà per il collo, per il tuo bene, canaglia, sarà il meglio che tu possa aspettarti: "I paesi satelliti"! Vigliacco! sai bene che si dice "le Democrazie Popolari". Con chi vuoi arruffianarti? »

« Col suo permesso, signor ... »

« Di' pure tenente, scansafatiche, se vuoi risparmiare il fiato: ti potrà servire, eh! già: te lo dico io! »

« Grazie. Vorrei farle notare, signor tenente, che io sto solo cercando di fare il mio dovere e non so proprio dove lei volesse arrivare con tutte le sue allusioni. La prego di volermi seguire immediatamente al comando del reggimento ...

« Va bene, soldato, ti seguo, ma che cos'è tutta questa diffidenza! Devi sapere che qui ci adattiamo a mangiare di tutto pur di non divorare i comunisti come te. E cosa credi, infine, non ti sei accorto che volevo solo metterti alla prova? O mi hai preso davvero per un reazionario fradicio? »

« Col suo permesso non mi interessano le sue idee politiche, in questo momento ».

« Uhm ... va bene. Sei proprio intrattabile ».

Andiamo al comando, riceviamo ordini, ripartiamo, ci troviamo in un lampo tra le bombe che rotolano giù per i balzi scoscesi delle colline in cui operiamo: l'abilità sta nello schivarle. I miei soltati rotolano in su le loro bombe contro un reparto nemico che sta in alto, ma è una gran fatica, perché pesano molto e la salita è ripida: se avessimo proiettili più leggeri potremmo manovrarli meglio, invece così ci vogliono molti uomini insieme col rischio, oltretutto, di vederceli ripiombare addosso e schiacciarci, se addirittura non ci esplodono in faccia per l'urto. I nemici (quelli di fronte a noi), oltre al vantaggio di stare in alto, hanno granate piccole e molto concentrate che, spinte appena con un dito, rotolano giù come minuscole valanghe, ma si ingrossano sempre più scendendo e causano un mucchio di guai con i loro scoppi micidiali. Il terreno brulica di proiettili (scarichi) dei nostri fucili che, non raggiungendo quasi mai le posizioni nemiche, ci tornano giù tra i piedi e calano a valle.

La mia ordinanza osserva che il nostro armamento è antiquato ed insufficiente ma che, ciononostante, resisteremo sino alla fine. "Ma - penso - "dirà davvero?"

« Fino alla tua fine! se hai voglia di farti ammazzare, idiota guerrafondaio clericofascista! testa di legno, milite perfetto, se ci tieni puoi anche rimanerci. Ma a me, caro il mio tirapiedi, di questa guerra rabberciata alla meno peggio non me ne frega proprio niente. Capito? »

« Sono dolente di doverle fare osservare che, se cerca di prendermi in castagna, perde il suo tempo, sottotenente. Io ... »

« Tu! Che ti affibbino un nastrino di eroe in memoriam, dico sul serio: anzi, devo dirti che sono qui per sbaglio, che tutta questa storia è uno sbaglio e te ne accorgerai anche tu. Senti: tu dove abiti? »

« Ora sul campo, sottotenente ».

« Ma, che tu possa restarvi in eterno, dove abitavi prima, se è lecito saperlo? »

« A Montefondo, in provincia di ... »

« Ah, gli storici fatti di Montefondo, i gloriosi scioperi alle miniere di spaghetti della Val di fumo. Ma guarda un po', è lì che abiti? Salutami il sindaco, e il segretario della sezione - è sempre quello, no? - quello con due spalle, e una testa soprattutto, che testa! eh? l'avete cambiato! è arrivata anche da voi l'ora dei morbidi eh? Ma poi - via - non ti ricordi di avermi visto al congresso provinciale della federazione giovanile? »

« Veramente no, comp ... eppure io ...

« Non importa, ma ora mi ricordo bene io di te. Rappresentavo l'ala filocinese, non ti  dice niente? (non sono mai stato un vero filocinese e neppure filoaltro, ma questa volta l'amico non estremista ci casca: "si sa, voi filocinesi siete tutti subdoli e perversi, non c'è mai da fidarsi"). Io fingo di averlo finalmente scoperto ("Maledetto bolscevico!") e per vendicarmi faccio un po' la faccia truce, poi mi metto a ridere con lui.

«Lo  sai, cittadino  soldato, quali  sono  gli  ordini  del  tuo  sottotenente? »

« Di' su, avanti ».

« Passare al nemico: considerati sin da ora appartenente all'Armata Popolare ».

« Eseguito, compagno sottotenente ».

« Ora dobbiamo adoperarci per metterci in contatto con tutti i presumibili aderenti, cercarne dei nuovi, mettere a tacere i rimanenti (per quel che sarà possibile) e tutti insieme ci daremo prigionieri: anche se saremo in pochi sarà pur sempre qualcosa e il nostro onore sarà salvo. « Però, poveracci! - aggiungo guardando i nostri artiglieri  - «guarda come faticano! »

E faticano davvero: devono prima sollevare le grosse palle di ferro scariche e metterle dentro la canna per caricarle, poi, infilando l'apposita asta, o un braccio, se non c'è di meglio, nel retro (aperto) del cannone, dare una grande spinta al proiettile perché esca fuori e talvolta non basta una o ci riescono a malapena, poi, quando il proiettile esce dalla bocca del pezzo, prenderlo al volo prima che rotoli verso di noi con le conseguenze che tutti possono immaginare, e spingerlo faticosamente contro il nemico che sta in alto, incredibilmente distante.

« Ma dove sono - dico al mio fido compagno - quei cannoni moderni che ...

Mi risponde che sono ancora molto rari, nel nostro esercito, che ce ne saranno una dozzina in tutto il fronte.

« Ma tu, a parte tutto, sei proprio sicuro che abbiamo ragione? Non dico in generale, ma adesso, per esempio ».

« Chi, i nemici? Ma via, scherzerai! Questa, caspita, è una guerra, è la tipica guerra scatenata dall'imperialismo occidentale con la connivenza di tutta la destra storica politica ed economica, con la fattiva collaborazione della borghesia e della socialdemocrazia europea che, ora come sempre, stanno facendo spudoratamente il gioco dei camerati di turno  ». 

« E' vero, questo lo so, o almeno lo immagino, ma volendo porre la questione ...

Uno dietro di me mi chiama: un tenente. Dice che devo considerarmi agli arresti, che è nota tutta la mia attività di sabotatore, di sobillatore di complotti contro la sicurezza dello Stato. Capisco che sarà la Corte Marziale e sarò fucilato per alto tradimento. Penso alla Costituzione Repubblicana. Ahimé:" ... se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra …

La mia ordinanza, a quanto sembra, non se la caverà molto meglio: l'amico ha meno paura di me, ma io ne ho tanta che c'è spazio sufficiente per tutta la sua, che è ad un livello più che notevole.

Mentre sento serpeggiare i sintomi del terrore vero e proprio (io ho talvolta una paura particolare della morte: non dispero che molti capiscano a quale orrenda sensazione intendo riferirmi) ecco arrivare a salvarci un tenente colonnello che ci prende in consegna e ci trascina via sotto il naso del tenente. Pur non avendo motivi concreti per credere in questa salvezza, tuttavia non ne dubito minimamente. Faccio notare al signor tenente colonnello che le nostre artiglierie funzionano in un modo che è poco definire assurdo, dato che ora posso dire di ricordarmi come è fatto un cannone, e che io non ci capisco nulla.

Ma veramente quei sistemi strampalati stanno scomparendo, non c'è quasi più niente del genere. Mi prenderà per matto? Faccio in tempo a rintracciare con lo sguardo e tento disperatamente di indicargli un ultimo cannone dal quale i nostri soldati stanno ancora spingendo in su i colpi, prima che anche quest'ultimo si dissolva; ma aggiungo comunque che tutta la mia posizione qui al campo mi sembra assurda ed ingiustificabile; che qualcuno si sta divertendo a trasformare la mia vita, e forse quella di tanti altri, in un incubo.

Mi risponde con calma che è proprio così, per dirlo alla buona, aggiunge.

« Si tratta più precisamente di un caso di sfasamento dissociativo di determinati processi percettivi, dovuto al fall-out delle granate nemiche. Vi sono stati altri casi più o meno simili, seppure meno gravi ».

Del resto il mandato dell'Ente degli Incubi Notturni (E.I.N.), relativo al mio caso, ne sottolinea la eccezionale gravità (ventiquattro ore su ventiquattro, se continua di questo passo); così mi spiega l'alto ufficiale, ed aggiunge che bisogna chiedere al colonnello il permesso di farmi allontanare essendo inutile ed anzi nocivo all'esercito un soldato che, in preda alle febbri, vede tutto nero e terribile, tanto che può far rischiare, con l'abbassare il morale della truppa, di far peggiorare una situazione militarmente già molto critica.

Gli rispondo che faccia lui da solo, che la differenza di grado non è molta e il signor colonnello non ci baderà, a parte il fatto che alla fine di quest'azione potrebbe essere colonnello anche lui, promosso sul campo.

Risponde che si potrebbe anche provare, che dunque bisogna mettersi subito alla ricerca del mio letto, con l'armadio e tutti i documenti, per potermi mettere in regola, visitarmi e ri-mandarmi al Diavolo.

« Non avevi un lettino da campo? » mi dice.

« No, no signore, è un letto in borghese, anzi un divano-letto ».

« Ah, comunque ad una piazza ».

« Ehm ... sì, signore ».

« Bene. Eviteremo di disturbare ... altra gente ».

« Lei è molto gentile».

Cerchiamo come dannati in mezzo al grandinare dei colpi, finché il tenente colonnello viene chiamato al telefono. Nel frattempo passa, sotto scorta, la mia ordinanza.

« Tu, lì, te la cavi - mi dice - brutta canaglia, con la scusa che hai i nervi, ma per me c'è la Corte Marziale ».

« Ma come - osservo, - tu cosa c'entri? Sono io che ho combinato tutto il pasticcio, sia pure da perfetto irresponsabile: nessuno è colpevole ». (Qualcuno della scorta comincia a ridacchiare). « Per il signorino, dunque, tutti sono degli irresponsabili ».

Vorrei dirgli che questo è un fatto che posso dimostrare a tutti gli avvoltoi beccamorti come lui e anche che non la spunteranno. Portano via il mio amico, ma ottengo dal tenente colonnello (appena ritornato) che faccia il possibile per salvarlo. Mi assicura che se la caverà (“ ragazzate, figurati! se dovessimo dar peso a tutto ... “) poi mi consiglia di uscire fuori del campo, dato che qui le ricerche sono inutili ed aggiunge:

« Io non posso accompagnarti, né darti una scorta: sta' attento, perché, se ti scoppia addosso una granata o vieni ridotto in frittata da un carro (anche da una delle nostre carrette), potresti anche morire: non fanno eccezioni per chi è delicato di salute, lo sai. Per quel ragazzo sta tranquillo: lo darò come ordinanza a quel tanghero di tenentino ».

« Povero compagno ... »

« E' come degradare un soldato semplice, eh? Ma l'essenziale è che se la sia cavata. Auguri! »

« Altrettanto, signore, anche per la sua promozione ».

« Ce l'ho fatta, sai? mi hanno avvertito poco fa ».

« Arrivederci, signor colonnello ».

Uscire dal campo non è facile, sparano tutti come dannati: l'essenziale, comunque, è procedere sempre nella stessa direzione per non rischiare di ritrovarsi (malauguratamente) al punto di partenza.

Come il Diavolo vuole arrivo ai limiti della zona di combattimento presso una casa, all'interno del giardino che doveva essere delimitato tutt'intorno da una rete, la quale ora viene usata per segnare in quel punto il confine tra la zona di guerra e quella civile. Dico a me stesso che ci vuole una grande perizia tecnica per spostare di volta in volta il confine di guerra e pace per tanti chilometri di lunghezza, a seconda dell'andamento delle operazioni: deve essere un affare fastidiosissimo, quasi del tutto inutile e mortalmente seccante. Ma ecco arrivare un carro. Nemico. Si vede subito che ha adocchiato la casa. Io, che sono addossato alla parete, mi trovo per caso a fare da centro del bersaglio. Quello avanza. Con due raffiche delle due mitragliatrici laterali centra le due finestre di pianterreno ai miei fianchi. Sto per scattare in un assurdo tentativo di fuga. Gira la torretta ed il cannone ad alzo zero si punta in pieno addosso a me: vedo la MORTE. Spara: sensazione "NET TISS SIMA" (per essere precisi).

 

Benché, come credo, io sia volato in frantumi per un ben assestato colpo di cannone di un carrista nemico, mi ritrovo, come in breve ho modo di constatare, assolutamente intero, nel mio letto. Mi alzo perfettamente sveglio e fresco (si fa per dire) come una rosa (bianca) o, se si vuole, come un ceppo d'insalata, ma non di quella verde, come se il giorno prima non avessi fumato, né bevuto sia pure mezzo bicchiere della più insipida birra. Ora capisco benissimo a cosa alludeva il buon tenente colonnello, dicendo che, se fosse avvenuto quello che poi è avvenuto, avrei potuto anche morire: sarei morto di spavento. E' una fortuna che io non l'abbia capito subito.

Guardo la finestra con la serranda chiusa: entra solo la luce che è sufficiente per compiere tutte le operazioni consuete del mattino e prepararmi (poiché ne ho voglia) ad uscire. La apro, la luce però non aumenta affatto o quasi, e di fuori non si vede niente: è tutto grigio, di nuovo, ed ora anche in casa i contorni degli oggetti sono sempre più sfumati. Lo spazio esterno è della stessa forma di quello racchiuso tra le pareti. Esco e ritrovo fuori il grigio assoluto in mezzo al quale mi rimetto in cammino. Ma adesso è la nebbia, ne sento l'umidità e, attraverso la sua pur fittissima cortina, riesco a distinguere le forme del paesaggio intorno a me: case, alberi, non più in là di qualche decina di passi. Più avanti tutto è veramente ed assolutamente grigio, davvero come all'uscita del caffè, o quasi.

Qui, però, posso muovermi da ogni parte: non ci sono pareti che mi fermino. Mi sento leggero e provo un gran senso di liberazione al pensiero dell'assurda avventura militare dalla quale sono scampato, sia pure a prezzo di una veramente tragica morte. E' una vera fortuna che quel buon tenente colonnello mi abbia permesso di allontanarmi da quel pauroso infuriare di mostri di ferro tra scene crudeli e orrendi pensieri di morte.

Se mi guardo intorno mi rendo conto che davvero posso seguire mille direzioni, tutte ugualmente affascinanti. Ma non è questo che voglio, so che devo prenderne una sola, ma non vedo, ad indicarmi la via, l'ombra del caffè né il segno sicuro della fonte di luce in mezzo al grigio.

Pian piano mi rendo conto che questo mio andare in giro sembra sia divenuto qualcosa di artificioso, di cui potrei fare a meno, come se in questo modo volessi ad ogni costo conservare una convinzione assurda ed esaltante più di mille filtri incantati o come l'idea della primavera, lontana nel ricordo e nel pensiero del suo ritorno tra molti mesi, e della quale sento tutta l'importanza decisiva e la necessità assoluta di conservarla proprio ora che la vedo dissolversi.

Ma vedo anche che non ha senso tornare sui miei passi, e credo che non saprei neppure dove ritrovarne le tracce, mentre vedo chiaramente il mio cammino e me stesso, lo stesso di sempre e di una volta.

E dunque cammino, fra le silhouettes ovattate dei rami d'autunno che mi vengono incontro in forme incerte sugli sfondi fumosi, dai mille disegni, degli alberi più alti sul ciglio della via.

 

Perleviter emendata in situ internet imprimatur fabula  anno MMVI