RACCONTI 1964-1972

Opus 1  n. 2             (1964)

calcografia originale di Walter Piacesi

   

In mezzo alla nebbia che si leva ovunque, i miei passi sono decisi e procedo salendo la strada chiara davanti a me per brevi tratti.

Avvolto nel mio mantello, mi lascio tutto alle spalle e sento senza voltarmi ciò che mi è intorno, e mi è familiare e amico mentre passo senza perdere il senso del mio stesso camminare, del mio viso e di tutta la figura che attraversa il fumo grigio, ma non mi guardo e so di essere e di andare come e dove voglio. Il destino, è vero, non sono io a volere ciò che sono, ma nessuno mi costringe e se è destino che sia così non m'importa, poiché io ora sono d'accordo con il mio destino.

Sto anche andando da qualche parte, questo è chiaro, e non mi preoccupa, non provoca in me l'ansia di conoscere la meta: simili sciocchezze sono mille miglia lontane. Ma non mi è indifferente, questo no, il pensiero di dove posso arrivare. Mi piace andare dove vado e non è necessario per ora riflettervi e torturarsi, e studiare i piani e le coincidenze per arrivarvi.

Più avanti devono esservi altre colline e piani più in basso oltre quella che sto salendo, e sono già molto in alto, quasi in cima e ora posso vedere il terreno che sembra inizi a digradare oltre il breve altipiano su cui corre la strada, poi di nuovo s'innalza dolcemente. Non ho fretta: penso a ciò che vedo, alla luce più chiara sulla bassa cresta della lunga dorsale di un colle all'orizzonte vicino, dove arriverò tra non molto, se l'aria che nasconde il fondo del lento avvallamento su cui corre la strada non mi inganna di molto sulla distanza. Forse vi arriverò un po' più tardi, ma non mi dispiace.

Cammino senza stancarmi e senza esitare, come all'inizio della strada. Non vi sono segnali e non ce n'è bisogno. Conta /'/ modo di andare, bisogna trovarlo, ed io l'ho trovato e la via migliore è sempre quella che appunto percorro, e proprio perché la percorro, perché voglio percorrerla: questo prova, potrei pensare, che non sono un mistico idiota e neppure che «tutto ciò che avviene è bene». Che diavolo ne so io? e che m'importa di dare etichette a ciò che avviene? Certo mi capiterà di imbattermi in ciò che si dicono gli avvenimenti, si vedrà. Darò una mano, nel caso, come meglio potrò. Ma ora cammino per andare da qualche parte, cosa che spesso accade anche agli altri, ma a modo loro. E, devo ammetterlo, mi pare di camminare, o per essere proprio sincero sto andando piuttosto lontano dagli avvenimenti, da certi avvenimenti.

Ora penso ai giorni di nebbia d'inverno, poco prima della primavera: mai vista tanta nebbia, uniforme, grigia e azzurrina, come nell'inverno, nelle mie passeggiate o dalle mie finestre rivolte verso oriente.

E volevo andare, e a volte andavo, sui colli vicini, ma ora che sono da tempo in cammino anche la mia camera, il balcone d'oriente da cui guardavo la notte come un cartone azzurro attraverso le linee grigie dei legni della finestra, o le strane aurore di certi risvegli prematuri, rosse e trasparenti sulla collina, tutto questo è lontano alle mie spalle, quasi come le doppie file di luci distanziate, gialle e bianco-azzurre, della mia città. E quindi, se il sole sorgerà dietro di me, io non lo vedrò più comunque.

Poiché per me - ma ci penso solo ora - il giorno sorgeva dietro il gran dorso dell'altipiano che ora ho superato, ponendo tra me ed il futuro mattino una distanza sufficiente perché esso non possa penetrare attraverso il fumo che rende tutto uniforme, benché io veda la strada e i cespugli ai suoi lati, e il lento discendere del piano sul quale cammino.

 

La luce più chiara sulla cresta dell'altro colle, che si eleva appena come una netta ondulazione del piano, è un'alba immobile nello spazio, e la nebbia è solo ombra nella quale la campagna è chiara fin dove giunge la vista, come di sera o in una notte di luna, o alle prime luci del mattino. E chissà da quanto tempo tutto è così fermo.

Infatti ho notato che solo per il mio avvicinarmi si scoprono nuovi tagli del paesaggio e si eleva di poco la luce chiara diffusa sul colle, ma se io mi fermassi ogni fiocco d'ombra, ogni riflesso resterebbe fermo, mentre, poiché mi muovo, il quadro può variare lentamente nei particolari, proprio come accade per i monti lontani nel corso di un lungo viaggio.

Ho detto «Se mi fermassi» pur sapendo che non ha senso e che è impossibile.

Ora che il piano sale leggermente verso la lunga linea del colle che chiude l'orizzonte vicino, la luce chiara è ormai diffusa ovunque, e poiché vi sono in mezzo non distinguo più il punto dal quale prima mi sembrava provenire. Quando supero il dorso del colle una vallata si scopre punteggiata di pioppi e cespugli lungo i fossi. Giù in basso inizia un bosco che sfugge dietro il giro della valle.

Ormai la luce grigia e viva, territorio dell'alba, è alle mie spalle. Quaggiù le prime querce sono immerse in una leggera caligine ovattata che non mi impedisce di notare le brevi radure, luoghi di ritrovo, potrebbe sembrare, per misteriosi abitanti o di sosta per i passeggeri.

 

C'è chi è disposto a giurare che vi abitino minuscoli e variopinti signori, esperti conoscitori di erbe e di tane di animali selvatici, gelosi e sospettosi custodi di mille segreti, puntigliosi avversari di qualche vecchia strega troppo curiosa e maligna. A volte avvengono grosse baruffe che tuttavia si risolvono senza gravi conseguenze, contrariamente a quanto sostengono certi studiosi dilettanti pieni di assurdi preconcetti e di insulse fantasie.

Ma non sempre il bosco è così animato: si può anche non incontrare nessuno per tanto tempo e non avvertire nulla se non si bada al senso di una vita immobile, racchiusa nei tronchi e negli arbusti, ma pronta a manifestarsi ancora, o forse fermatasi appena da ieri.

Spesso un ciuffo di nebbia ostinato su di un ramo non è che il mantello di un elfo che vi si è impigliato nella fuga dell'alba e il suono del vento in una grotta è l'eco delle grottesche canzoni di allegri spettri che vi si sono riuniti.

E in mezzo al bosco c'è un grande palazzo.

 

Ma poiché ormai è calata la sera, e la notte è già sulla porta in attesa di darle il cambio, in qualche punto il gran quadro si anima, i movimenti dei cespugli non sono più quelli impressi loro a tratti dal vento e le ombre scivolano dietro ed intorno ad essi, e distinguendosi dai rami rivelano le proprie figure.

Ma non incontro gli amici cui pensavo.

Un'ombra emerge gocciolando dalla boscaglia, deve essersi levata dallo stagno che solo ora ho notato.

«Dove credi di andare? - mi dice all'improvviso l'essere fangoso - da' retta a me, ragazzo: cosa pensi di fare?».

Faccio per mandarlo a quel paese, ma mi ferma ponendomi innanzi la mano che pende dal suo braccio strascicato quasi all'altezza del mio viso.

«Anch'io, sai - aggiunge -, anch'io ho girato tutta la vita, e sono andato a cercare non so più cosa, ma ora guarda! ... tu vedi!».

«Avevi certo sbagliato strada - rispondo -. Cosa hai cercato, dimmi un po', hai fatto il turista, stupido morto? Ma anche qui sei riuscito a trovare ciò che ti meriti. E dunque ritorna nel tuo pantano a far da mangime ai lombrichi».

«Non senti dunque, non senti proprio - insiste cupo -gli ululati dei miei simili, che vagano disfacendosi per il bosco?».

«Per quel che me ne importa! Siete proprio tutti simili, pronti ad assalire chiunque, e magari a sbranarvi fra voi, stupidi servi di qualche boia in grande stile! Ma tenetevi ben nascosti, poiché qualcuno che non la vuole tanto lunga potrebbe suonarle a tutti voi».

«... Li senti? essi cercano - continua quello, che ancora non sono riuscito a spaventare -, cercano qualcosa da sentire, da toccare . . .».

«San Tommaso, che schifosissimi eredi della tua leggenda!»

«... per sentire ancora qualcosa in qualche modo, per non essere troppo rapidamente assorbiti dal pantano che attira, stringe, inghiotte, sommerge e lentamente disarticola e sfascia le nostre fibre assimilandole. E' uno sforzo orrendo - aggiunge sbarrando le occhiaie - tentare di risalire finché si può, trascinarsi dietro la melma sugli arti lasciandole qualche fibra strappata, per cercare, con furia, qua e là . . . Ma anche tu, anche tu, non pensare di cavartela. Verrai tra noi, sarai uguale a noi, se non vuoi fermarti ... Ti supplico: io ho cercato di fermarti curvando su di te i rami dei sentieri, ed una volta uno ti ha anche graffiato la fronte. Come è limpida e definita la tua fronte! così chiara nonostante quella lieve ferita! . . . Ma se proprio non vuoi tornare indietro, se non vuoi salvarti, allora resta con noi, meglio ora che dopo. Non vai la pena di tentare strade diverse e complicate, rimani qui con me, perché io e il pantano possiamo divorarti, perché possiamo stringerti lentamente nell'assimilazione, confonderti con il fango freddo e viscido che ci avvolge, ed è l'ultima sensazione costante prima dell'inevitabile annullamento che avanza di continuo a strappi silenziosi ...»

«Ah, ecco dove vai a parare, vecchia alga putrefatta! - intervengo finalmente prendendo un grosso ramo -, ecco dove vuoi portarmi mentre hai appena detto di volermene

salvare, brandello colloso di nulla! Sta' a vedere, allora».

Mentre avanzo minaccioso quello sbarra gli occhi pesti per il terrore e, giocando la carta della disperazione, tenta rabbioso di afferrarmi. Ma non sto a guardare: il legno cala due o tre volte sulle sue spalle che si piegano ammaccate sotto i colpi.

«Serviti pure con questi, e buon appetito! - aggiungo mentre gli caccio in testa un altro ramo secco, fornito di molte diramazioni, che ho appena raccolto. E lo lascio disteso e quasi sommerso tra le erbacce del vicino stagno riprendendo la strada.

Ma ormai sono in ballo: molti tipi simili sbirciano tra i rami bassi. «Prendetelo!» bisbiglia uno. Un'altro, con voce implorante: «Fermati - mi dice - fa' che ti guardi per bene!». Da un momento all'altro qualcuno potrebbe prendermi alle spalle. Ma stanno molto al largo, per fortuna. In realtà molti cercano solo di passare senza imbattersi in me, per arrivare al punto dove l'altro è disteso, e già parecchi gli si sono gettati addosso come tante lumache ed è evidente che lo stanno avidamente e silenziosamente divorando.

Il bosco poco più avanti si apre su una radura. Altre voci e lontani sussurri mi fanno comprendere di aver superato il luogo infestato da quella gente vischiosa.

Guardo comunque ancora alle mie spalle, poi in avanti. Degli uomini sono fermi al mio fianco. Uno di loro mi parla.

«Ora - mi dice - ti sarà facile sentirti un eroe?».

«Chi l'ha mai detto?» rispondo.

«Bene. Allora posso dirti che quella gente che infesta la palude, le altre simili a quella, e i loro capi, nel bosco e fuori, bisogna combatterli ogni giorno. Non basta colpire

una volta, perché il caso ti pone di fronte alla necessità». «Non credo che la cosa, per ora, possa interessarmi»

rispondo.

«Per ora? Ma sai bene, anche ora, quanti uomini meno fortunati di te vengano uccisi e divorati da loro. Io e tanti miei amici, quelli che vedi, ed altri ancora, siamo qui e dovunque per combattere. Ci battiamo anche per te, come per tanti altri che non conosciamo».

«Avete ragione, ma non posso unirmi a voi».

«E perché, se posso saperlo?».

«Devo arrivare al palazzo».

«Per essere sempre solo e per crederti libero, no? Per fermarti? Ma sai bene che è assurdo e impossibile».

«Non voglio essere solo. Chi l'ha mai detto? Ma non posso neppure pretendere che tu mi capisca. Perciò non aggiungerò una sillaba».

«Me l'aspettavo».

 

Già mi sembra di vedere le linee del palazzo oltre i rami. Il bosco si va diradando, il sentiero si allarga e muore su una vasta radura dove i raggi della luna disegnano forme bizzarre che il vento muove e confonde. Tra nanerottoli in divise multicolori si aggirano dispettose volute di fumo e raggi di luce ricurvi o seghettati si librano quasi immobili nell'aria attraverso diafane forme che i bianchi spiritelli inseguono in ogni angolo con rapidi e morbidi scatti. Scoppiano e squillano risate pazze e sfrenate tra suoni cristallini e accordi lunghi d'archi. Faccio buon viso alla marmaglia che mi investe con vortici, picchiate, girandole che mi guizzano in testa dal nulla.

Dopo un'ultima cortina di alti rami si apre un vastissimo ripiano e si scoprono le mura diritte del palazzo dalle finestre chiare e regolari sui mattoni delle facciate. Gruppi di laboriosi e minuscoli inquilini si arrabattano allegramente come dannati nei laboratori al piano terra e davanti alle porte delle cantine e delle rimesse.

 

Nell'aria un po' fredda del mattino una figura da sempre ben nota osservava come un gioco imprevisto il lavoro, prima di corrermi incontro rimproverandomi per i pericoli che non ho saputo evitare lungo la strada.

«L'hai fatto apposta, per farmi andare in collera».

«Non ho trovato un'altra strada, mia regina - così cerco di giustificarmi - o meglio ce n'erano tante, ed ero solo».

«Allora dovrò darle di santa ragione a tutti quei mostriciattoli che non ti hanno fatto da guide. Dovrei farli frustare per bene: una bella accoglienza, brutti ranocchi!».

«Sai bene che essi sono così labili che non esistono neppure del tutto. Se tu non fossi qui, anche tutte queste apparenze si dissolverebbero. Tu sola esisti».

«Basta un nulla, vedi? Basta pensarlo, e tutte queste grottesche immagini svaniscono. E resti tu solo».

Il palazzo, da questa parte, non è poi così sperduto come potrebbe sembrare a chi arrivi dal bosco. Da quest'ala si vede bene la stazione ferroviaria oltre la quale si aprono le strade snodate in ogni senso, dopo le lunghe linee dei binari e dei fili, nel ritmo scandito dai sostegni dell'alta tensione. Ora una lunga fila di veicoli corre sul viadotto poco lontano: è un giorno di traffico intenso e di lavoro. File di uomini scendono lungo la cresta dei colli vicini verso la valle.

«In realtà io sono giunto qui attraverso le idee, tra l'infinità degli avvenimenti pensabili. Se la realtà non ha limiti, allora tu ed io siamo ora qui. E niente è impossibile».

«E allora perché quest'aria di partenza? Forse solo fermarsi è impossibile».

«Solo fermarsi, infatti, lo sai. Nessuno può».

«Allora te ne andrai, solo, ed io sola dall'altra parte, poiché solo questo è possibile, appena qui sarà sera. Tra poco il Sole tornerà alle finestre della tua stanza».

«Un sole che non mi dice nulla, un sole burocratico, che sbriga il suo lavoro giornaliero con i suoi bravi orari e le macchie sul gilè. Ma io forse domani sarò pazzo - come dicono - o sarò al mio posto di lavoro - ma ti ricorderò -, o sarò morto, o vecchio di mille anni».

«Io non so nulla di tutto questo, ma vedo già la sera vicina: guardala venire con me. Tra poco tutto sarà vecchio di mille anni, perduto in una piega del tempo. Anche i ricordi, io credo».

La sua voce mi giunge come tesa da lontano su una lunga linea, attraverso il buio che si va appena rischiarando, con l'eco acuta delle cose perdute per sempre.