RACCONTI 1964-1972

Opus 1  n. 3       (1964)

calcografia originale di Walter Piacesi

   

Da qualche parte si è trovata una finestra aperta verso l'aria libera. Il giorno è fresco, un po' freddo anzi, e c'è stata la pioggia e il vento leggero che muove ancora i miei abiti. Devo un po' rannicchiarmi dentro la giacca, o meglio stringermela addosso. Non voglio entrare o rientrare da qualche parte. Le mie sensazioni sono chiare. C'è stata questa mattina, poco prima che mi risvegliassi, una notte d'incubo, spaventosa - mi torna in mente proprio ora, in questo pomeriggio in cui il Sole illumina tra le ultime gocce di pioggia le vie ed i negozi della città -, sono passato per acquitrini scivolosi e per vicoli sordidi. Non voglio rientrare da qualche parte, come sempre, del resto, quando ritorna un pomeriggio come questo, o un identico mattino.

Forse non ho mai provato veramente a seguire il corso di una giornata da quest'ora attraverso i toni della luce fino a sera, e la sera mi ha spesso sorpreso, all'improvviso me la sono vista intorno.

Spesso, ad esempio in viaggio, o in città, o fuori, non ho visto tutto e vi sono stati dei balzi, un divenire discontinuo, quasi dei gradini percorsi a brevi scatti dall'aria verso il crepuscolo.

Ed è ancora lontano il tramonto verso il quale mi avvio uscendo incontro all'aperta campagna per le ultime vie del centro, con la luce sospesa sui palazzi, e fuori intorno alla cinta delle mura e sopra l'arco della porta.

Poi, forse, verso sera, tornerò in città, proprio all'imbrunire, e girerò e osserverò le vetrine e il passeggio, e scambierò forse qualche parola, e tornerò a girare fino all'ora di cena (io potrò prendere qualcosa con del vino prima che le botteghe chiudano) in attesa di ritornare verso le strade più esterne che girano intorno alla città.

 

Così scorro sulla trama continua del tempo che si apre e richiude il solco segnato dal presente, come una distesa piana e uniforme, inavvertita se non si ripensa ai passi ed ai particolari delle vie, ai volti sempre più rari, alle strade percorse senza fissarvi la mente alla quale i pensieri ora ritornano per le loro vie: ripenso all'incubo della scorsa notte e lo vedo del tutto fuori del tempo: potrebbe essere un ricordo di mille anni fa, e forse stamattina vi ho solo ripensato, mentre mi stavo svegliando, ed al ricordo di come l'ho superato pensieri fatati vi si ricollegano attraverso il ritmo delle strade e degli incontri più o meno casuali.

«Da che parte vai?»

«A. .. Passeggio».

«Distante, eh? ti ci vorrà parecchio».

<Quando sono a Spasso ho fatto il più».

«Ma. . . con le strade di oggi... ti toccherà fare tutto il giro dell'In giro».

«Già, ci vediamo».

 

«Mi porta a G.?» Poi si arriva a S.

Sulla piazzetta alta tra le case dell'800 e la facciata della chiesa opposta al parapetto si apre il gioco delle bambine, già vestite per la buona stagione, e qualche ragazzo più piccolo chiede di far parte dell'una o dell'altra squadra. L'impressione luminosa vale ad allontanare l'oppressione dell'antico paese dalla vita squallida e chiusa.

 

Sono stato a guardia della luce ancora per un po' ferma sopra le valli solcate da file di pioppi e sono tornato fra le prime luci della sera, i fanali delle automobili che cominciavano ad accendersi passando e la gente che da varie direzioni se ne andava spedita verso casa.

Ritornando sono passato sotto una finestra dalla quale, di notte, ho ascoltato altre volte un'arpa in lunghissime esecuzioni di preludi su temi improvvisati.

«Come sono i luoghi che io lascio, dopo che me ne sono allontanato?».

-                Tu non ci sei mai, quando dovresti, ma appena volgi le spalle le ombre vi portano i toni che immagini altrove -.

 

Come i primi accordi di un nuovo movimento le prime vie del centro un po' cupe e gravi su quelli che passano senza salutare, perché ci si conosce solo per essersi incontrati qualche centinaio di volte ed è molto meglio così.

Passare tra gli uomini come tra gli alberi, come se di ciò che sono tutti fossero consapevoli e nessuno dovesse chiedermi nulla, o forse perché non servirebbe.

Posso infilarmi sotto una serranda semiabbassata per farmi dare qualcosa da mangiare dal comprensivo commesso della bottega e filarmela poi in qualche osteria, e di nuovo fuori per le vie del centro verso la porta, prima che sia del tutto buio.

 

Si è levato il vento ed è un po' freddo. In cima ad un'ampia collina la luce si diffonde ancora tra la nuvolaglia fosca che si allontana.

Raggiungo la cima, dopo un bel tratto di cammino, mentre stridono i grilli e le ranocchie della valle, quasi assordanti con l'aiuto del vento che si è levato da poco. Salto sul margine sinistro di una strada nel punto in cui un'altra vi confluisce dal basso, mentre nell'aria di cenere mi pare di udire un diffuso mormorio e qualche voce distinta.

Ora comprendo che tutto un popolo si sta avvicinando. Li vedo salire la collina, alcuni a cavallo mentre altri li seguono a piedi, tutti grigi nell'incerta luminescenza filtrata della luna.

Anche i più giovani, come i vecchi cavalieri dalle lunghe chiome, sono stanchi e oppressi dal lungo viaggio. Un giovane senza copricapo sui lunghi capelli chiari marcia insieme al più vecchio condottiero nella prima fila e, giunto alla confluenza delle strade, si arresta e fa cenno agli altri di sostare. Indica ai suoi fratelli il monte lontano su cui appare una chiara luce diffusa. Ma alcuni non lo ascoltano, altri sono sfiduciati. «E' sempre un miraggio la luce», dice qualcuno.

Non sono più solo ad osservare. Sul margine della strada si sono riuniti sparuti gruppi di spettatori silenziosi.

Come un forte soffio di vento improvviso una schiera di neri viandanti a cavallo appare sull'altra strada e si arresta bruscamente alla confluenza. Il giovane li interroga.

«Siamo della notte» risponde il primo di quelli.

«E dove andate?».

«Verso quella luce, là» conclude con un accenno di sorriso prima di fuggire con tutti i compagni.

«Vedete? - riprende il giovane - E' là che bisogna andare».

Ma non lo comprendono o non lo ascoltano ed io allora intervengo saltando dal margine della strada.

«Signori! perché non seguite il suo consiglio? E' là che dovete andare, dove si sono diretti gli altri».

«Ma lei chi è?» mi chiede qualcuno.

«Cosa importa? Signori Mormoni - tento di scherzare -o Quaccheri?, non so, siete voi che non capite. Eppure avete visto gli altri passare».

«Guardi - mi dice un altro - che qui non è passato nessuno che io sappia o che ci interessi. Può ben darsi che, inavvertitamente, io mi sia lasciato sfuggire qualche particolare privo di qualsiasi importanza ma ... e quanto al Mormone, o Quacchero che sia, cerchi di non esagerare con gli epiteti - tanto per essere chiari».

Molti della grigia compagnia si sono già avviati e per primi i due condottieri, il vecchio e il giovane che rifiuta gentilmente di salire su un cavallo che gli hanno condotto vicino. Evidentemente anche quest'ultimo non dà peso alle mie parole, raccolte appena con sufficienza da qualcuno di questi spettatori che ormai a loro volta se ne vanno.

«Ma come! - ribatto - Qui qualcuno è scettico per principio: lei ad esempio - dico ad uno degli ultimi - non può non aver visto gli altri che sono venuti di là. Si sono fermati un attimo e sono subito ripartiti . . .».

«Può essere, come dire, può darsi, ma non vedo perché avrei dovuto farvi tanta attenzione. Ne passa tanta, di gente. Mi scusi, si è fatto tardi ed ho ancora un po' di strada da fare. Buona sera, eh!».

«Lascia perdere - conclude una ragazza che era rimasta un po' in disparte -, cosa vuoi che ci sia di tanto importante? Lo so: sembra, sembra . . . figurati! . . .».

Sono rimasti due o tre uomini.

«E voi?» chiedo.

«Ah, buona sera! diceva a noi?».

«Sì, non avete visto? non siete anche voi della compagnia? e non avete visto quelli che venivano dall'altra strada, a cavallo?».

«Di là? no davvero. E' passato qualcuno?».

«Noi abitiamo qui vicino» dice un altro.

«Ah! E quest'altra strada da dove viene?».

«Questa? Da ... le vede quelle case laggiù? E di là che viene: conosce qualcuno?»

«Ci abita un mio cugino, con la famiglia - aggiunge il terzo -. Stradacce! avrà visto: ci vorrebbe proprio il cavallo per andare svelti».

«Appunto! Erano tutti a cavallo» confermo subito.

«Macché cavallo! Sul tracciato nuovo della provinciale ci si va bene in macchina. Mio cognato la fa tutte le settimane, che è più corta. E poi ormai chi ce l'ha più il cavallo! C'è la cavalla di Checco Diopadre, che l'ha cent'anni per gamba e il puledro del fratello del prete, qui, di Santa

Veneranda. Ma può darsi, può essere che qualcuno di quelli che vanno alla fiera, non so . . . come le dico, qui è un tantino fuori mano; fa ridere, la città è a due passi ma . . .».

«Ho capito, si vede che . . . già. Comunque grazie».

«Si figuri!».

 

Fa ridere, la città è a due passi. Avevo certo sbagliato strada. E' vero: forse qui è proprio un tantino fuori mano, ma la città è a due passi, un salto, come si dice. E sarò di nuovo presso la città, per ascoltare il canto dell'arpa (ma è tardi, molto tardi), alla luce dei lampioni vicini, presso la casa tra gli alberi fuori delle mura. Per riascoltare il suono dell'arpa.

 

«Come sono i luoghi che io lascio, dopo che me ne sono allontanato e prima che, come ora, io vi ritorni?».

-  Tu non ci sei mai, quando dovresti, ma appena volgi le spalle le ombre vi portano i toni che immagini altrove. E se ritorni è sempre tardi -.

«E se io mi fermassi?».

-  Non si può, e del resto non servirebbe a nulla -. «Ma di qui io ho udito il suono dell'arpa».

-  Già, può darsi. La suonatrice suona per te -. «Ed io resterò».

-  Sia come vuoi, ma tutto è muto. Potresti restare mille anni: sarà sempre come ora, più o meno. I tuoi pensieri invecchieranno, come gli alberi e i muri. E tu sei fatto per i pensieri, non per gli avvenimenti -.

«Sbagli. Io odio i pensieri. Il pensiero, solo, non è nulla. Se io mi fermassi!».

-  Non sei chiaro e non mi convinci. Ma non potrai, comunque, fermare il tempo «quello che chiamano il tempo», nonostante tutta la tua filosofia, né richiamare quello già trascorso -.

«Che ne sai, tu, borghese di passaggio?».

-  Io sono un passante: chi ti autorizza a darmi del borghese? Mi conosci, forse? -.

«Ma ... un po', piuttosto superficialmente, lo ammetto. Però la cosa non mi preoccupa».

-  Del resto, per essere precisi, non hai tutti i torti: chi sono io, a mia volta, per fare il saputo con te? -

«Già: lo ammetti».

-  Ma non ti servirà molto -.

«Qui è davvero tutto vuoto, e sul basso continuo delle fronde e delle carte sollevate dal vento manca il canto per cui tutto è preparato. Addio, signor Passante - vedo che te ne vai, e poi eri di passaggio -, tu hai ragione e torto nello stesso tempo».

- Addio. Non si leva alcun canto oltre a ciò che senti: le nostre voci, il vento, i rumori delle macchine e della campagna in una notte come altre d'estate. I pensieri non sono ancora suoni -.

 

Come sono i sovrani all'interno della loro ufficiale maestà? I più grandi probabilmente non lasciano trapelare nulla delle vicende che li tormentano come uomini privati, come nei ritratti dei mosaici bizantini.

Dovrò dunque sapere come comportarmi, almeno negli affari di Stato, visto che gli altri, con tutte le loro delusioni, devo rinchiuderli, poiché è giusto, dentro di me, mentre si prepara la grande resa dei conti con la realtà.

E la realtà - dai dispacci che mi sono pervenuti - è che i nuovi barbari, travolti i presidi ai nostri lontani confini, attaccano ormai il cuore del nostro impero dei popoli. Ma già le milizie imperiali, le nostre armate dei quattro punti cardinali si sono messe in movimento. La tregua che siamo stati costretti a stabilire nei primi momenti di difficoltà sarà presto spezzata.

Poiché ora la partita è decisiva e non vi sono più mezzi termini, né distinzioni tra i nostri pensieri e i fatti del mondo.

 

Passeremo ancora tra gruppi sparuti di spettatori silenziosi durante la marcia contro gli abitanti della luce, gli illuminati dal cielo, alleati dei nuovi barbari: in fitte schiere segnate dalle insegne abbaglianti essi ci aspettano con un sorriso di cristallo che ben presto morirà sulle loro labbra quando qualcuno darà il segnale. E i nostri compagni portano già alle spalle del nemico le loro schiere grigie.

Ben presto, strappate le loro cinture, lacerate le vesti luminose, le loro armi scintillanti avranno, come le nostre, lo spento colore del ferro. Già l'ombra cala ampia e rapida su di loro e si spezzano le punte che brillavano ordinate contro la nostra fronte. La morte, e la polvere dei secoli sulle loro tombe, sono segnate in quel loro destino che noi abbiamo costruito senza esitare, giorno dopo giorno.

Certo queste cose sono affascinanti ed a volte esito considerando qualcuno dei particolari che mi si affollano alla mente di fronte alla sterminata vastità, nel tempo e e nello spazio, di tutto ciò che potremmo vedere e conoscere fare. Tanto che, quasi del tutto confuso, preferisco in certi momenti gettare sguardi a grandi linee per non perdermi proprio del tutto in una serie di trame particolari, spesso aggrovigliate e confuse. Basta un libro di storia a confondermi. Infatti dal più banale degli avvenimenti io risalgo (o scendo) ai più lontani e apparentemente impensabili collegamenti. Ciò che spesso mi impedisce di studiare qualsiasi argomento come veramente dovrei.

Ma oggi non avevo proprio voglia di studiare. La cosa quindi non mi fa né caldo né freddo, come spesso accade.

Cosicché, seduto, come ora, su di un masso, guardo tranquillo l'occidente fumando per giunta la pipa e sbuffando come un vecchio drago in faccia al buon Sole, che già sembra tossire di suo tra le morbide nubi che non mancano neppure di fargli il solletico. Sto a vederlo mentre va giù: a volte dà alla testa, dicono. Ma io non amo affatto il Sole - anzi, propriamente, lo odio e forse lo distruggerò - anche se per ora mi piace talvolta trovarmi nella sua luce, ma ciò è profondamente diverso.

La gente con gli abiti della primavera gira ancora tra i raggi obliqui dell'ultimo pomeriggio in una luminosa caligine che le figure non interrompono perché non le vedo incontrarsi o fermarsi, né mi avvicino a nessuna di esse.

Passare tra gli uomini come tra gli alberi, come se di ciò che sono tutti fossero consapevoli e nessuno dovesse chiedermi nulla, o forse solo perché non servirebbe.

Io - come sempre - sto spiando la realtà, guardo gli

ambienti e le figure, i movimenti tra le alte linee degli alberi, nelle piazze, nei parchi l'andirivieni intorno ai sedili e alle fontane, al mattino e in altre ore del giorno chi legge il giornale, i ragazzi che si tirano i sassi e tutti quelli che si trovano intorno alla mia finta indifferenza, le forme e i ritagli delle ore e dei luoghi più diversi, osservo ciò che continuamente accade mentre lentamente cambia - come sempre.

Poi, forse, verso sera, tornerò in città, proprio all'imbrunire, e girerò e osserverò le vetrine e il passeggio, e scambierò forse qualche parola, e tornerò a girare fino all'ora di cena (io potrò prendere qualcosa con del vino prima che le botteghe chiudano) in attesa di riandare verso le strade più esterne che girano intorno alla città.