RACCONTI 1964-1972

Opus 4 :   I compagni di strada

 

Allo zio Egidio (Gino),

 Piero e Don Fernando 

(in memoriam)

 

Quando si cammina forte non riesco a tener dietro alla mamma e agli altri senza correre. Ci fermiamo qualche volta ad esempio se giù sotto la strada passa qualche lepre o qualche fagiano. Ci sono anche dei cacciatori che si mordono le dita perché la caccia è chiusa: non sapevo bene cosa significasse, mi immaginavo portoni e cancelli e steccati attraverso le macchie, poi ho capito che non si può sparare, cioè non si deve, così mi hanno spiegato. Dopo queste soste si recupera la strada perduta affrettando il passo.

Io mi sono attardato un momento ancora a guardare giù nella vallata, rossiccia d'erba secca con qualche pianta qua e là: querce, mi sembra, sì perché è finito l'inverno ed hanno ancora qualche ciuffo di foglie tra i rami: sono maestose, ma anche un po' buffe, simpatiche. Mi chiamano: « Ranocchio, vieni, corri... Te movi? » e mi muovo ma c'è qualche carta sul margine e qualche foglia, mi indugio a scalciarle con un vago interesse e inoltre sto pensando che"te movi" va bene sia in dialetto ternano, mezzo romanesco, del paese in cui sono nato, sia in urbinate, e i miei sono nati nella campagna di Urbino. Poi lo zio mi prende in braccio: « Adesso, vedrai, andiamo più forte di loro, poi li sgridiamo: tartarughe, lumaconi!. » Rido proprio contento mentre superiamo i miei, i tartarughi babbo e mamma e le sorelle lumachine. Poi lo zio mi depone in terra e camminiamo tranquilli: lui mi mostra le case che conosce, io riocrdo qualche nome ma non di essere stato da queste parti.

Ci sono, alti su una collina lontana, tre o quattro enormi tralicci metallici. Non ne ho mai visti di così grandi. Sono esili e slanciati, ma danno una grande idea di potenza e dalle loro cime, da cui partono i fili così grossi da essere ben visibili a tanta distanza, mi raggiunge un senso di misteriosa apprensione.

Lo zio mi spiega che di lì passa l'elettricità, che serve per illuminare le case e per certi motori, che tra un po' avremo anche noi la luce con quelli. I quattro giganti ora sono solo belli, non mi mettono più addosso quella specie di timore che mi aveva preso al vederli. Sono quattro fratelli grandi e robusti e ci guardano cortesi, benché qualcosa resti, immagino, come nel sorriso di qualcuno che ne sa più di me e che non so capire.

Siamo quasi in testa al gruppo di gente che cammina, ci sono quasi tutti gli abitanti del nostro villaggio e delle case intorno, lo Spaccio, Ca' La Serra, Sant'Apollinare: la nostra parrocchia c'è tutta e ci sono anche quelli del paese vicino, quasi tutti più indietro, perché essendo del paese non si mischiano con noi « montanari », come spiega lo zio, ed aggiunge che sono "fatti così", quando ci si mettono, ben smerdati, si capisce.

Ogni tanto dalle strade laterali qualcuno si unisce ai vari gruppi sulla strada maestra. Scherzano, si salutano, pacche sulle spalle.

Non tutti sono allegri, però: certe donne poco lontano da noi piangono.

« Poveretti » dice lo zio, « era tanto bravo! Gaspare » mi spiega « è andato alla galleria. Ci ho giocato alle bocce che sarà una settimana ».

Ho sentito parlare altre volte della galleria, quando qualcuno ci va i familiari e gli amici si disperano, ne ho paura. Anche la nipote di Gaspare, poverina, che non sta bene, forse ci andrà, mi ha detto lo zio.

Ci vanno più spesso i vecchi alla galleria, "ai cipressi", anche, come dicono, o certi giovani pallidi, ho visto le fotografie, con un'aria strana, che sembravano già senza vita dentro gli ovali e le cornici.

Poco avanti a noi c'è il mio compagno Poldo che sguscia dalla mano del padre e ci viene incontro, poi Piero il rosso, fratello del prete, mi prende d'improvviso a cavallo sulle spalle.

Con lui si sta allegri. Quando mi rimette a terra lo zio tira fuori dalle tasche pane e formaggio. Si mangia bene, camminando e con aria furtiva lo zio mi fa bere qualche sorso di vino da una bottiglia. Mi scompiglia i capelli, contento. Piero se n'è andato da qualche parte. Lo zio non parla molto, è asciutto e alto, almeno a me ha sempre fatto quest'impressione, anche ora che sono cresciuto di un palmo, ma si vede ugualmente come gli gira. Il vino è rosso e, io penso, come lui, ma non di viso: è comunista, lo è sempre stato e i familiari lo hanno ammirato per questo. Mio padre era molto giovane, nei primi tempi del fascismo, e non faceva politica, ma una volta i carabinieri li hanno inseguiti: volevano lo zio perché era pericoloso, secondo loro. Lui ha cercato intanto di salvare mio padre, il fratello minore, ma hanno finito col salvarsi ambedue. Avevano perquisito della gente ad una festa e lo zio ha tagliato la corda prima che i carabinieri potessero riconoscerlo bene, dato che aveva una rivoltella in tasca.

Questo me l'ha raccontato in seguito mio padre stesso, una sera che si parlava dello zio. Sono stati anche avversari politici, dopo il fascismo, perché, mentre zii e cugini erano rossi, mio padre, con tutta la famiglia, era ancora "bianco", quella volta.

Ora lo zio, mentre mi asciugo le labbra con i polsini, mi guarda un po' burbero (lo fa apposta, ma io tiro fuori alla meglio un fazzoletto) e mi dice riponendo la bottiglia che non gliene importa niente della Madonna del giro, ma viene così, perché ci sono gli amici, per una scampagnata.

Non ricordo di aver mai visto tanta gente camminare così a lungo , insieme, a parte qualche vaga idea, lo sfollamento, dalle parti di Torni, quando siamo tornati tutti a casa e il babbo ha lasciato il lavoro che aveva lì , dove nel frattempo ero nato io. Ma doveva essere per le vie di una città, o di grandi paesi, nelle stazioni piene di confusione e non posso dire ora di aver bene in mente come è fatta una città.

Forse molte delle cose che mi sembra di rammentare un po' meno confusamente sono in realtà ricordi di ciò che in seguito ho sentito raccontare: il passaggio del fronte, i rifugi, il mio coraggio, tanto per dire, alla stazione, quando si sono sentiti all'improvviso degli spari: « Non è niente », ed avevo ragione pur senza capirne nulla, perché era una prova di non so quali bombe, come disse il soldato tedesco ai miei spaventati: « Ha racione pampino, nicht paura! prova, prova ».

Oppure i tentativi di far muovere il treno durante le fermate: spingevo con le mani dalla parte del finestrino, dicono, e non so se ci credevo o volevo scherzarci un po' su. Avevo due anni esatti il giorno in cui a causa della guerra i miei si decisero a ritornare. Rivoglio la mia strada, quella del paese, dicevo appena arrivati, perché era fatta di pietre, senza la polvere, e il fango quando piove, che ci sono nella piazza del villaggio, un po' di terra battuta dove la strada si allarga tra due o tre case, con una specie di gradino in parte spianato, aperta quasi da ogni lato sui campi.

Di lì uscendo di casa giorni fa appena dopo che avevamo cenato, era una delle prime sere che di primavera viene proprio voglia di uscire, tutta blu per quanto è grande il cielo e senza un filo di vento il fresco arrivava appena dopo la giornata di sole, ho visto Leo, Silvio e quegli altri due o tre ragazzi di quindici o vent'anni rivolti in giù verso la grande vallata aperta sotto le nostre case, avevo ancora il sapore dell'insalata e del vino sulla lingua e sono rimasto all'improvviso a guardare il gran disco d'arancio nel cielo come una ruota illuminata ferma laggiù sopra le gobbe ricurve dei colli.

« Prendila, dai, Lucio, guarda, quella ciambella ».

« Va' giù, è sopra Ca' La Serra ».

« Sarà anche un po' più in là ».

« Ma mica tanto, veh. In quattro salti la porti qui ».

Per un momento mi è sembrato possibile, non capivo bene, ero rimasto incantato e loro scherzavano ammirando la Luna lontana, la gran ruota che appena levata proprio sopra la valle dove l'azzurro intenso impallidiva pareva si potesse toccare andando avanti di qualche passo o allungando le braccia, e io volevo prenderla davvero, tirarla giù di lì e portarla sopra la piazza, per vederla più da vicino o forse farla rotolare come si faceva con le vecchie gomme di camion.

Vederla da vicino, senza chiedermi cosa fosse, non ci pensavo neppure, credo. Il vero mistero era la sua distanza, l'essere sospesa nell'aria sulla linea oscura dell'orizzonte, e lo smarrimento che mi aveva preso, poi un vago senso di delusione.

Ci siamo alzati prestissimo, questa mattina, per non arrivare tardi all'appuntamento con i vicini sulla strada maestra, e si faceva tutta a piedi, anche dopo. Era ancora quasi notte, ma già quando sono saltato giù dal letto la mamma era alla finestra con il babbo e lo aiutava a sistemarsi, e le sorelle erano in movimento, si provavano i vestiti allo specchio prima di indossarli.

La mamma era rapida, badava agli altri e aspettava di vestirsi per ultima, e mentre arrivavo anch'io alla finestra diceva di sbrigarsi. « E' giorno, via! » E mio padre allacciandosi la camicia: « E' giorno grande, » ma mi sembrava strano, mi ricordavo di altre due o tre volte, che dicendo così non più tardi o a mezzogiorno, ma quando era spuntata appena l'alba e proprio quando mi sembrava, sfregandomi gli occhi, che fosse meno giorno di due minuti prima.

Era fresco, aprivano la finestra e le sorelle erano tutte impegnate a mettersi le calze di nylon, per la prima volta al posto dei calzini di cotone, aiutate dalla mamma, e anche io era la prima volta che osservavo quel nuovo tipo di calze, da signorine, quasi un lusso, anche perché si sa che sono molto fragili e quindi bisogna fare attenzione.

Al fresco del mattino camminavamo abbastanza spediti verso la salita che porta alla strada maestra e i campi erano ancora oscuri come alla luce della Luna, mentre da un lato il cielo diveniva appena un po' rosa. E quando siamo arrivati quasi in cima si udivano le voci e i richiami dei vicini ed è spuntato il Sole.

Poco dopo eravamo già una bella fila di gente, perché avanti attendevano e chi era troppo indietro si affrettava. Cammina e cammina ... non che fossi stanco, ma la camminata faceva venire l'appetito e lo zio è arrivato proprio al momento giusto con l'idea della colazione.

Mi dice se ho fatto i compiti la sera prima e anche che a scuola devo andarci senza fare stupidaggini, che non devo più stare sempre attaccato alle gonne di mamma. « Bella figura! anche i tuoi compagni, quando arrivi con quel muso lungo, lo sai le risate! » Ci fosse lo zio, magari, a scuola, ma c'è quella maestra, peggio di una vipera, anche se dicono che è brava, « è severa, ma buona » dicono, e io non ci posso far niente. Mi prende la nostalgia. Cerco di stare sempre zitto e di ricordarmi tutte le parole che mi tocca dire, per raccontarle quando torno a casa. Adesso però un po' meno. C'è la cugina e due o tre compagni che incontriamo lungo la strada, a volte si chiacchiera bene.

Ci siamo lasciati alle spalle anche la scuola, dopo la chiesa che si affaccia da un balzo a picco sulla strada, e dopo la lunga salita e le ultime case che ricordo di aver visto altre volte. « Battiamo la fiacca, eh? » dice mia madre mentre ci raggiunge con le sorelle e i cugini. « Ma sì, vi abbiamo  aspettato una mezza giornata ».

Due o tre donne dietro di noi stanno dicendo che, già, potevano anche aspettare domani a portare la Sandra alla galleria, non sta bene in mezzo alla festa. Ma lo zio dice che quelle quattro beghine farebbero meglio a chiudere il beccaccio, brutte ciabatte sgangherate, e a pensare ai... - mi dà un'occhiata - ai cavoli loro, dice, come se quei poveretti dei genitori ci prendessero gusto a portare una figlia, una bambina, ancora, alla galleria.

Sono due che ci vanno in pochi giorni. Gaspare lo conoscevo, non abita lontano, ma mia madre dice che la ragazza che va alla galleria è la Sandra la figlia di Lorenzo della Villa che ora sta da quelle parti lassù dove andiamo verso Monte Avorio. Ora capisco chi è, la bambina con le trecce che c'era quel giorno alla Villa, in quella casa dove sono andato con mia madre, perché spesso mia madre mi porta nelle case dove va a cucire. Siamo restati a mangiare lì a mezzogiorno, quando è tornato il padre, e la ragazza apparecchiava proprio bene mentre mia madre tagliava ancora un grembiule. Poi le insegnava a cucirlo, nel pomeriggio, e anche io cercavo di fare qualcosa con ago e filo, per divertimento, mentre si facevano arrostire i cartocci di granturco sulla brace. Una giornata bellissima, abbiamo giocato con gli altri ragazzini di lì, sull'aia e poi vicino alla pozza con le bombe di fango, e uno prendeva le ranocchie mentre noi mangiavamo le mele rosse che avevamo colto poco prima dalle piante.

Mi ricordo bene, adesso, la sera che non avevo voglia di andar via e la strada percorsa con mia madre al ritorno, che era ormai buio.

Mia madre ha un passo regolare e spedito ma non brusco e il cappotto lungo le ricade giù dritto alle spalle, sta bene, come modo di andare, a parte i vestiti, mentre mio padre e anche lo zio, come altri uomini della loro età, mi danno l'idea di forti, che non si stancano e non ci badano neppure tanto, a caccia o per andare al lavoro, alla fatica della strada.

« Sveglia — dice mia madre — non è ora di dormire ». Infatti sono rimasto indietro. « Cosa c'è? » dice. E vede che ripenso a quello che hanno detto prima e non mi va nemmeno tanto di discorrere.

« Dai, siamo arrivati ormai! Senti la banda? »

Mi piace sempre moltissimo il concerto della banda ed ora siamo arrivati davvero, c'è un mucchio di voci, i ragazzini girano con i palloni in aria legati al filo, gli spari di quelli che tirano al gallo di ferro che quando cade fa scoppiare la polvere, i fischietti e gli strilli dei venditori di tutte quelle robe che ci sono nelle feste.

Siamo passati sotto gli archi di foglie verdi ornati di festoni e presto arriviamo in mezzo alla confusione, ci fermiamo alle banche, mi sperdo due o tre volte, passa la gente che va verso la chiesa,  poi viene fuori la processione e sfila la banda inquadrata seguita da tutta la gente, ma dopo questo tutto comincia a calmarsi e la folla si divide e si sparge nel vicinato per gruppi e per famiglie, noi ed altri ci ritroviamo poco lontano dal piazzale della chiesa dopo aver mangiato in qualche prato lì vicino.

Parecchi lungo la strada si volgono al passaggio dei parenti della Sandra che vanno alla chiesa, perché ora prenderanno la bambina per portarla via. La grande faccia della chiesa bianca e piatta mi mette il ghiaccio dentro appena la vedo e d'improvviso arrivano secchi e violenti i rintocchi della tremenda campana sopra di noi e loro vanno avanti e la galleria è una lunga volta bianca come il colore della chiesa e lei non c'è più perché l'accompagnano là e la festa è finita da un pezzo e noi siamo venuti qui per vedere questo, anche se siamo di passaggio e ce ne andremo quando Sandra sarà là per sempre, perché è così che si fa ogni volta, ma anche se vorrei essere altrove devo vedere la volta e le pareti di pietra dove lei è passata mentre ancora siamo fermi poco lontano dall'ingresso. Si intravedono le lapidi con i nomi lungo le pareti, perché non portano sempre tutti di là e alcuni li mettono dentro le pareti.

« La galleria con tanti bei quadri -scherzava Piero - e con tanti posti per farne altri ». Perché ci sono lapidi lisce senza nome nei posti ancora vuoti, ma alcuni ci hanno già segnato alla meglio il nome per quando  ci andranno.

« Non fanno mica male - dice Piero « tanto tocca a tutti, anche quella è una faccenda in meno per quand'è ora. Basta che non mi mettano dalla parte di tramontana, che mi arrivano gli spifferi d'inverno. Ma poi, quando siamo lì, toccherà anche averci pazienza, eh? »

Piero ride dando una manata sulla spalla al babbo che dice: « Meglio la tramontana finché siamo di qua che il caldino da quella parte ».

« Già, poi potrebbe essere un po' troppo caldino, se è vero come dice don Fernando, almeno per noi, eh? Lucio: che c'è? - aggiunge Piero vedendomi ancora giù. - Dai, non ti far venire i pensieri. Se sono troppo grossi non ci stanno in uno scararabocchio come te ».

« Ci sono anche i nostri? »

« Cosa? »

« I nomi ».

« Ha ragione - dice Piero rivolto agli altri. - Porca paletta ce l'ha davvero! è che la gente è matta e più matti sono quelli che pensano di averci giudizio. Macché i nostri! eh, ragazzi? - dice prendendo lo zio e il babbo a braccetto. - E poi il tuo, ancora! — mi dice - non c'è manco la lastra, figurati!, nemmeno il posto per mettercela. Si arrangeranno loro, ma non è ora adesso di pensarci, Povera Sandrina, lei sì! Ma arrivano 'ste donne? tanto è inutile star qui, ormai ».

Arrivano le donne che si erano fermate più in là e allora lo zio dice a Piero se è buono a trovarci il vino come quello della messa, che beve il prete. « Andiamo, va' », dice, e ce ne andiamo, siamo tutti un po' stanchi e anche le donne vengono all'osteria dove ci riposiamo un po' bevendo vino e gassosa e si continua a parlare mentre fuori la gente comincia a riunirsi per andarsene e dopo un po' siamo anche noi di nuovo sulla strada maestra.

E il giorno se ne va, ormai, dicono nel sole ancora alto del pomeriggio mentre quelli che tornano indietro ci salutano e noi andiamo avanti verso l'incrocio con la strada nazionale perché ora la festa si sposta da quelle parti e a sera ci saranno i fuochi accesi per tutti i campi a vista d'occhio e gli scoppi e le girandole, i fuochi artificiali sopra qualche collina più in alto o non si sa bene dove.

Ma anche prima di arrivare al bivio si rivede Urbino, di qui riesco a distinguerla anche io quando mio padre mi indica, alla sinistra della strada dopo tante onde di colline, sopra le più lontane all'orizzonte, una zona color mattone che si distende abbastanza distinta dal verde e dal grigio azzurro delle creste delle alture che si sovrappongono, si vedono i blocchi delle costruzioni addossate, le punte, sembra, di alte torri e campanili, ma è così lontana, una macchia allungata un po' sul vastissimo orizzonte che si apre da qui. Dicono che se il vento viene favorevole si sente qualche volta anche il campanone del duomo, ma bisogna stare attenti.

Arriveremo fino all'incrocio, anche più avanti, ma saremo ancora lontani da Urbino.

Vorrei arrivarci, invece, trovarmi tra tutte quelle case e quei palazzi, o vedere tutto l'insieme da vicino, almeno, come in un ingrandimento, ecco, mi torna in mente ora la Luna di quella sera sopra Ca' La Serra, e chissà come vive lì la gente, come si ritrovano dopo il lavoro, alla sera, tanti insieme. Deve essere una meraviglia, vorrei passare sotto le finestre lungo le strade fra tante case così vicine, gridare all'ombra dei vecchi palazzi tutte le serenate e le filastrocche che so, e ne imparerai altre, lassù, belle come quelle di Renzo, quando lo vediamo sbucare dalla sua strada sulla via maestra per andare a scuola, e dopo un po' di cammino comincia a cantare del povero figlio dell'emigrante, sperduto in una città straniera, o quell'altra, della bambina rimasta sola al mondo e non so più quante ne dice, quelle che senz'altro sente dai suoi a casa e dai vicini, io e la cugina ascoltiamo per un bel po', e qualche volta si cercano intorno le viole o che altro diavolo è, e io mangiavo le bucce dei lupini che trovavo in terra, che schifo, mi hanno detto e ci ridevano su, poi ho smesso ma mi divertivo perché anche quando si comprano nelle bancarelle alle feste la buccia è la parte più buona. Una canzone di Renzo mi fa ricordare quelle che canta mia madre che ne sa tante, specialmente quando sta a cucire o taglia i vestiti o disegna col gesso sulla stoffa. Molte sono d'amore e parecchie sono molto belle, alcune somigliano a quelle di Renzo. Una dice proprio di una bambina che è rimasta sola e aspetta che ritorni la mamma, da tanti anni, ma poi le dicono che i morti al mondo non tornano mai. Così, pressapoco, e altre, poi, che non ricordo bene, ricordo l'aria ma non tutte le parole.

Ma ci sono tante cose che vorrei ricordare, o rivedere, e che ritornassero uguali identiche: certe sere sulla piazza vicino a casa, che si sta fuori con i vicini, o quando c'è il temporale, le luci della festa, i fuochi, la Luna di quella sera, la bambina che è morta e l'ho vista portar via.

La festa è finita, è passata da tanto, ce ne sono altre, si va, tutti insieme, una lunghissima striscia, in avanti, poi non è la festa che importa, è Urbino, è la Luna d'arancio che sorgeva da Urbino, e di giorno si vede una striscia color mattone, lontana. Vorrei proprio arrivarci subito, esserci già, ci penso tante volte. Intanto si vedono posti nuovi, case che non tutti conoscono, altra gente si aggiunge a noi, volti nuovi, nella fila, altri ci lasciano, o li portano via, o si perdono di vista.

 

      Ho fatto una lunga corsa, e ci voleva un buon caffè con l'anice poi grappa e un giro per il ristorante-magazzino sospeso a mo' di ponte sopra l'autostrada. Una lunghissima fila di automobili sotto continua interminabile, sembra. Nelle ore intorno alla mezzanotte, però, saranno più rare, la fila discontinua.

Ho sempre viaggiato in ogni modo, da che mi ricordo, in una lunga colonna, con qualche vuoto, è vero, ogni tanto.

E c'è chi ci raggiunge e chi rimane distaccato, o si ferma e non si vede più, oppure — c'è anche questo — prende altre vie o non ci segue quando siamo noi a svoltare, altre lunghe colonne, o rimane sul margine fermo e scompare per chi va avanti.

Ma i discorsi, la conversazione, — anche con le nuove conoscenze si fa presto a diventare "vecchi amici" — i racconti ti prendono, c'è tanto da dire, da fare.

Così qualche volta non facciamo una tragedia per quelli, e per quelle cose che sono rimaste indietro, o altrove comunque.

Salvo in certi momenti, occasioni. In cui si ripensa, tornano le immagini, vive nella memoria, i volti, poniamo, i nomi.

Per caso, o sembra per caso. I nomi. Questo anche se la mancanza anche di chi è, o era, molto importante, in una comitiva, per esempio, non è che possa distruggere la bellezza del gruppo, di certe situazioni. Ci sono altri, e molti singolarissimi, la voce, i gesti, i giri, le sbornie, tanto per dire, ognuno a modo suo e qui o là insieme, i canti, le storie, i problemi di uno o di tanti: tutte cose che a volte ci interessano.

Vi sono fatti. Sciagure, fortune, meraviglie. Siamo più spesso spettatori che, propriamente, protagonisti, mi vien fatto di pensare. Non capita tutti i giorni di morire, ammazzati o meno. Ma si vede appunto ad ogni batter di ciglio qualcuno che muore con procedure varie o, poniamo, fa una cosa e l'altra. Nasce, si rompe il collo, diventa senatore, si sposa. Non c'è proporzione tra ciò che vediamo e sappiamo degli altri e ciò che facciamo o ci succede. E' sempre più quello che capita agli altri.

Anche a quelli vicini a noi. Ed a noi capitano più o meno le stesse cose che a tutti. Ho visto — ero lì vicino — la gente i familiari, quando lo zio è entrato nella galleria, separandosi dalla fila. Il giorno prima, nemmeno era passato, un giorno, si parlava delle faccende


 

dell'indomani. Non è possibile, dicono, diciamo, penso che proprio per questo non c'è speranza. Sempre si pensa: non è possibile, non è vero.

Ma lui è andato, non hanno potuto trattenerlo. Io ero un po' lontano quando la morte ha steso le sue braccia su di lui e lo ha portato via, per sempre. Sembrava fosse solo, e andava verso la galleria, fredda bianca come tante altre, che ha inghiottito i morti come sempre.

Perché? dicevamo, non andare! aspetta! Ma si vedeva bene che lui non era per tornare indietro e proseguiva con il suo passo di sempre, senza poterci salutare, o non poteva più volerlo, noi che restavamo fuori. Finito tutto, per te. Tutto buio sonno senza sogni. Per sempre.

Siamo sempre sulla strada, ora è un largo nero nastro d'asfalto. L'autostrada come i vecchi sentieri ci porta lungo una colonna interminabile di gente. Oppure è il treno, la corriera in cui entra qualcuno nuovo, ed altri passeggeri se ne vanno. A volte non c'è il tempo di interrogarli, di parlare, di dir loro chi siamo, di chiedere chi sono, perché viaggiano, dove prevedono di scendere, che biglietto hanno.

 

12 - 10 - 1971

 


 

Da Racconti opus 5

n. 1  (Elizabeth L.)

 

Elizabeth L. stava scrivendo l'indirizzo su una lettera destinata alla Nuova rivista di fisica quando entrò la Morte lasciando socchiuso l'uscio.

La ragazza sollevò la testa guardando fuori della finestra gli alberi del bosco dove era stata di prima mattina come spesso faceva nei bei giorni di sole.

« Disturbo? » chiese la Morte accorgendosi che il suo discreto ingresso nella stanza non era stato notato.

« Ah » disse Elizabeth volgendosi «... chi si vede. Non preoccuparti. Siediti ».

« Già, chi si vede... perché non aggiungi: a che devo, di grazia questa vostra visita? »

« Se ci tieni! Ma credo di sapere perché sei qui. Non vuoi accomodarti? »

« Sto bene in piedi, e camminando. Come sai viaggio molto. Sarebbe bella se avessi bisogno di sedermi ogni volta che ... ogni volta, diciamo ».

« Ma è chiaro, naturalmente.Comunque senza complimenti. E se ti occorre qualcosa ... »  disse Elizabeth alzandosi e rimandando dietro le spalle i capelli che le erano scivolati sul seno scrivendo.

Poi si avvicinò al bar inserito nella biblioteca e dopo averlo aperto stette un attimo sovrappensiero accarezzandosi le labbra e la punta del naso con le dita.

« Whisky scozzese, di quello... che ne dici? - chiese mostrando la bottiglia, -  o grappa di prugne, Slivowitza. Oppure ... »

« Bevi, se vuoi, ma cerca di sbrigarti ».

« Beh, come vuoi. Ma lascia perdere la fretta. Ti ho chiesto forse una dilazione? »

« Anche un minuto può essere una dilazione. E la Morte non concede neppure un secondo. »

« Benissimo. Cioè ... molto chiaro » disse Elizabeth dopo essersi seduta sul davanzale. « Perciò vuol dire che se mi lasci scolare il bicchiere è già deciso che così sia. Non affannarti a farmi fretta, finché c'è tempo, anche se è questione di attimi ».

« D'accordo, quindi non protestare per la mia scortesia, anche se non ti sembrerà l'attimo giusto: questo, ad esempio ».

« Sciocchezze. Puoi procedere subito, se è deciso, anzi devi - disse ancora Elizabeth guardando il bosco fuori sotto i raggi del primo pomeriggio. - Tuttavia - aggiunse - potrebbero occorrermi alcuni istanti. Devo pronunciare la frase storica. Devo pensarla: l'ultima frase di Elizabeth L. ».

« Pensi che andrà sulla bocca di tutte le future generazioni? E a che ti servirà quando non ci sarai più? Inoltre sei sola. Nessuno ti sentirà ».

« Già - disse sorridendo Elizabeth. - Ma io voglio dirla per me sola ».

Dalla finestra guardava tra i rami e le foglie dorate, lungo i tronchi ancora umidi della pioggia recente, fino alla base tra le fronde secche dove passando si respirava l'odore della terra e dei rami spezzati, e più lontano avevano i loro nidi gli scoiattoli e spuntavano dalla sera al mattino i funghi, misteriosi abitanti del bosco dei quali conosceva da quelle parti le specie e i luoghi dove era più facile incontrarne, ma rimaneva incantata ogni volta alla scoperta dei crocchi di piccoli gnomi dai cappelli vivaci sullo smorto colore del sottobosco, oppure nascosti e simili alle foglie e alle erbe negli incavi delle pendici. Un paio di robusti calzoni di tela, un giorno tra le colline, qualcosa da mangiare in una borsa. Con gli amici, qualche volta, o con i cugini. Sola, spesso, negli ultimi tempi.

« E' una stagione eccezionale » disse « per i funghi ».

« E' questa la frase storica? »

« Come?., ah, stavo ripensando. Ma perché no? Potrebbe andare. Ma via, posso anche rinunciare ».

 « Sarà meglio, forse ».

« Perché? - disse Elizabeth appena ebbe buttato giù un bel sorso. - Ti annoiano le belle frasi dell'ultimo momento? » chiese mentre scendeva dalla finestra.

« No. Ho fretta, solo questo. Devi sbrigarti ».

« Sarai tu a doverti sbrigare, - rispose indifferente la ragazza aprendo i vetri - se credi».

La Morte si avvicinò fermandosi a pochi passi alle sue spalle: « Preparati, allora » disse.

Ma lei continuava a guardare dalla finestra lungo la strada ai margini del bosco, dove passavano rare automobili e qualche gruppo di ragazzi giocava sul piazzale poco lontano. La videro e cominciarono a gridare saluti.

Elizabeth sentì i battiti del cuore accelerare la frequenza e qualcosa tremare dentro di sé. « C'è la partita alle quattro, signorina, contro quelli delle commerciali. Tra poco prenderemo l'autobus per il centro ».

« Magnifico! »

« Se ne era dimenticata, signorina? »

« No, ma non ci pensavo, ora ».

« Allora viene? »

« No... non avrò tempo. No, non verrò, credo. Mi dispiace molto ».

« Come sarebbe! Bando alle chiacchiere e si sbrighi: la vogliamo con noi e lei deve venire. O le terremo il muso per tutto il trimestre... o almeno ci proveremo ».

« Cercate piuttosto di vincere o guai a voi! Io non mi sento bene ».

« Scuse, Betty, non tradire i tuoi allievi. Sei splendida! Senza di te perdiamo anche il gusto di vincere ».

« Non posso davvero, scusatemi » e li salutò con la mano.

« Se ci ripensa faccia un fischio e verremo a rapirla ».

Allora Elizabeth si rivolse all'ospite e rispose.

« Sono già pronta. Non sprecare i tuoi avvertimenti ».

« Pensavo di agire correttamente avvisandoti ».

« Perché tanti riguardi? Hai dimenticato i nostri colloqui? Prima del tuo arrivo abbiamo parlato spesso insieme ed ora non c'è nulla di nuovo da dire. Ti ho visto nello sguardo dei moribondi all'ospedale, lungo le strade, in casa negli occhi dei vecchi che se ne andavano. Senza cerimonie, senza che tu gli dicessi: preparati, ma io ho fissato la tua maschera nei volti contratti dal respiro bloccato, sempre fino in fondo, senza girare lo sguardo né chinare il capo ».

« Meglio così. E' anche per questo che vengo in questa maniera: sei un tipo interessante, ecco. Ed inoltre una vecchia conoscenza, diciamo ».

Elizabeth passò senza farvi caso davanti al tetro ospite presso la finestra ma fu colpita invece dalla propria immagine allo specchio, dal viso incredibilmente pallido proprio mentre avvertiva un senso di vuoto e di debolezza estrema. Eppure era in piedi, pensò, e aveva voglia di scendere in giardino. Si versò da bere e fece per andare verso la porta col bicchiere in mano.

« Che fai? - disse la Morte. - Vuoi fuggire? Chiami qualcuno? »

« Che cosa... ci sarebbe di male? Ma non preoccuparti. Non ci penso neppure. Non vuoi estranei a turbare la scena, vero? Non è nelle buone tradizioni. A me invece non importa affatto ».

« E' che sarebbe inutile. Non sai che si è sempre soli di fronte alla Morte? »

« Soli, dici. Tu hai esperienza. Hai visto».

« Ho visto, infatti ».

« Ma è appena un attimo: che vuoi che conti? - disse Elizabeth mentre sentiva che le ginocchia stavano per cedere. - Meglio morire soli che trascorrere soli la vita ».

« Hai detto la frase che volevi dire? »

« Non ci ho pensato. Ma ho detto quello che credo. E non sono sola, ora, non mi impressionano le tue sentenze. Tanti compagni mi sono vicini, in un certo senso. Non mi sento abbandonata come vuoi farmi credere, mentendo, come è vecchio costume della morte».

« Quando il sottile velo d'aria che già ti sale per le vene avrà raggiunto il cuore e si diffonderà un estremo smarrimento nel tuo seno e ogni forza ti abbandonerà, vedrai rapidamente svanire ogni cosa e non saprai di cadere, la nebbia avvolgerà la memoria e non avvertirai più il soffitto e il pavimento la destra e la sinistra il buio e la luce né la campagna fuori. Una bella fine ti ho riservata, adatta a te che sei bella, Elizabeth ».

«Tu non mi hai riservato nulla. Doveva essere così e non puoi cambiare una virgola, né strappare uno solo dei miei capelli, né concedermi, né togliermi un secondo di vita».

Alla ragazza sembrò che il sorriso della Morte avesse un'aria forzata.

« La Morte non concede dilazioni - continuò sorridendo a sua volta. - ...perché non può. »

« Volere ... potere. Non avremmo tempo di terminare il discorso ».

« Certi discorsi non terminano mai. Ma per me è chiaro, nonostante i tuoi tentativi di imbrogliare le carte ».

La Morte la seguì sulla porta.

« Non hai paura? » disse.

« No ».

« Non ti importa nulla di morire? Bene: senza rimpianti, senza nulla da sistemare, prima ».

« Non ho detto che non mi importa nulla » disse Elizabeth scendendo le scale seguita dall'ospite. - Non ho detto questo. So che non c'è più tempo e sapevo che doveva accadere ».

Nel giardino la Morte si sedette in un angolo all'ombra mentre Elizabeth era passata per la cortina dei rami e si affacciava all'esterno.

« A cosa pensi? » le chiese l'ospite.

« A nulla - rispose la ragazza con un gesto di vaga insofferenza. - Ah! eccoli che se ne sono andati » disse a se stessa.

« I tuoi allievi. Sono tutti un po' innamorati di te, no? »

« Loro? Ah, sì, moltissimo! ... In un certo senso, naturalmente. Anche io di loro. Andiamo molto bene insieme ».

« E all'amore non pensi? Perché nonostante ciò che dicevi poco fa tu hai vissuto a lungo sola ».

« E' vero. Ma... mi fai un po' ridere, - disse la ragazza tornando a fare attenzione all'ospite. - Non sei tu l'elemento adatto ... cui parlare dell'amore. Devi capirne molto poco. Comunque sono, come si dice? sono "esigente" su questo tema. Per questo sono stata sola. Non sempre, però ».

« Ti hanno delusa, allora, i tuoi innamorati? »

« Sono stata sempre sincera. Anche quando ho troncato una storia che non era più viva, quelle poche volte che ci avevo creduto ».

« E non speravi più ... »

La ragazza era scivolata su un'aiuola e una siepe alle sue spalle le sosteneva appena la testa. Sapeva che non sarebbe più riuscita a risollevarsi, sentì che accadeva in lei ciò che l'ospite aveva previsto e la vita sfuggirle rapidamente.

« Sbagli... Ma ora sono stanca - disse - anche di parlare e di ascoltarti. Sei ospite, qui, ancora per poco. Puoi rimanere nell'angolo in attesa di riprendere il tuo viaggio. Ma in silenzio ».

 

23-25 settembre 1970 Perleviter emendata in situ internet imprimatur fabula  anno MMVI

 


 

Da racconti Opus 5

 

n. 2  (Francesco M.)

 

« Decideremo entro la fine della settimana » disse Francesco al collega mentre chiudendo lo sportello della macchina si avviava da solo verso l'autostrada. Poi si allontanò velocemente.

« Entro la fine della settimana avrai già avuto il funerale » disse, dal sedile posteriore, la Morte.

Francesco sobbalzò sul sedile mentre la macchina faceva uno scarto secco sulla destra. Prima di rispondere volle recuperare un minimo di calma, e la vista della Morte riflessa nello specchietto servì almeno a mostrargli la cosiddetta realtà, cioè a fargli capire che non si trattava di una qualsiasi matta fantasia dovuta magari a qualche bicchiere in più.

« Credevo » disse « di essere rimasto solo, in macchina ».

« Credevi, invece hai compagnia, no? Del resto, se la compagnia ti dispiace, sei fortunato, poiché non dura. Sta per finire tutto proprio ora, infatti ».

« Di' un po' » disse Francesco che stava riprendendo il controllo dei propri nervi « vai spesso in giro nelle carrozze altrui? Ho avuto una riunione molto faticosa, con il consiglio di fabbrica e con i sindacati, e non ci tenevo per niente, ti piaccia o no, a vedere scene da film del terrore ».

« Beh, quando siamo al raccordo dirò alla polizia, che di solito c'è sempre, lì, che sei un passeggero abusivo, e rompiscatole, per giunta ».

« Devo dirti che nessuno ti ha garantito che ci arriverai, al raccordo, e se pensi di rubare qualche minuto ti sbagli ».

« Ha tutta l'aria di essere una profezia, se non sbaglio. Fa' un po' come ti pare, tanto non credo di poter discutere con te. Se pensi di farmi paura hai tutte le ragioni, ma quando non c'è nulla da fare anche la paura passa, qualche volta » disse Francesco quasi sorpreso della calma con la quale buttava fuori la voce mentre l'auto correva

a centoquaranta sull'autostrada e passavano le lunghe file di luci della raffineria vicina e brillavano contro il nero dei monti le luci di paesi verso le colline.

Aveva paura, ma sapeva bene di non essersi mai garantito la vita a tutti i costi: avrebbe potuto darla per qualche motivo: contro il piombo dei poliziotti mandati dal padrone, ad esempio. E non sarebbe stato di sicuro come andare a nozze, anche in un caso del genere, perché lui sarebbe sparito per sempre nel nulla comunque, perciò, se era ora, al Diavolo, arrivasse pure senza tante cerimonie, finché i nervi reggevano. La rabbia era che c'erano ancora tante cose da fare, o almeno qualche  "faccenda"  in  fretta,  se  l'avesse  saputo  prima.

« Potevo sistemare qualche affare » disse « non per me, personalmente: sapendo come andava, invece di litigare con quelle quattro merde che stanno intorno al padrone potevo strozzarle, non credi, barbagianni? oppure stai anche tu dalla loro parte? »

« Via, cerca di controllarti: un membro del consiglio di fabbrica, che diamine! un po' di autodisciplina. E devo dirti che è già molto che io non ti sia saltato (o saltata, come vuoi) addosso all'improvviso senza darti il tempo di dire amen, come spesso succede. Mi piace salvare la forma e fare due chiacchiere, con i tipi in gamba ».

« Che puttana! fai la corte a tutti allo stesso modo? Ma va' da qualcun altro a fare questi salamelecchi. La tiri in lungo per vedermi terrorizzato, alla fine, no? E va bene: ma anche se ci riesci non sei meno baldracca (o “ baldracco “) neppure un po'. Cerca di non rompere, se non vuoi che provi a romperti quelle quattro ossa sul muso ».

« Ma si » rispose allora la Morte « continua a fare lo stupido, spera pure di rovinarmi la divisa. Figurati: questa o un'altra ... credi che cambieresti qualcosa, per te o per i miei prossimi clienti? Non mi fai nessun effetto, Francesco Marzi, detto Franz: provare per credere. Dopo di te o di chiunque sarà lo stesso, punto per punto, secondo il programma.

« Tu fai presto perché non capisci niente: tutto è uguale, eh? anche fra cent'anni come cento anni fa. Ma se anche il tuo mestiere è già un po' diverso! Nelle fabbriche nelle miniere nei campi si muore, ma un po' meno facilmente di un secolo fa, quando le ore di lavoro erano il doppio e lavoravano come bestie i ragazzini di sette-otto anni: non è certo il traguardo, questo, farebbe comodo al nemico di classe se ci si fermasse qui invece di preparare le forze che lo distruggeranno ».

« Vuoi convertirmi? Ma guarda che se cambiano i rapporti di lavoro e la società progredisce, o anche dopo la vostra rivoluzione più o meno armata, io avrò sempre molto da fare. Oggi si vive più a lungo, nasce più gente, ma più si nasce e si vive e più si muore, non è evidente? »

« Altro che! però non è con questa roba che facciamo politica: vogliamo distruggere il dominio dei borghesi, lo faremo perché esiste la classe capace di farlo. E, per inciso, cambieremo ancora il tuo mestiere ».

« Particolari. Io seguirò sempre scupolosamente e con assoluta imparzialità il mio programma ».

« La morte è uguale per tutti. Una "parola d'ordine" che ti dovrebbe piacere. »

 « Balle: fai come i giornali borghesi "d'informazione" che difendono "imparzialmente" gli interessi dei loro padroni. Che qualcuno paghi anche te? »

« Proprio non riesci ad essere un po' meno ridicolo? »

« Già. E perché tu vai, di preferenza . a parte i campi di battaglia, per quanto ... Perché nei paesi più poveri ti presenti tanto spesso ai ragazzini mentre da noi arrivi, in media, quando uno è verso i settanta? salvo casi come il presente ed altri, s'intende. Quando un manovale cade da un'impalcatura credi di essere tu a "decretare" la sua fine? Ma via! ti tocca obbedire a tutte le leggi dell'economia e della fìsica, al caso ed ai padroni che ci ammazzano nei modi più vari e raffinati. E non venirmi a dire che sei tu ad organizzare gli stermini in massa o le trombe marine, tanto per dire. Ma chi sei, poi, che diavolo vuoi? »

« Belle argomentazioni, bene. Non te la prendere con me, allora. Hai detto che non conto nulla, in fin dei conti ».

« Proprio questo ho detto » rispose Francesco pensando che la vita di questo o di quello non potevano certo dipendere dal primo spaventapasseri che gli salta in macchina in un momento di stanchezza o di depressione nervosa.

« Ma che diavolo! - si disse - Mi fanno ancora effetto queste storie? Sì, un presentimento… sciocchezze! ... forse in realtà un pizzico di allucinazione ... un buon pizzico - si corresse ripensando alla figura vista nello specchietto - Ma è assurdo! »

Il sedile posteriore ora sembrava vuoto, infatti, del resto era logico, via ... anche se forse a causa dell'oscurità dentro la vettura non si poteva proprio dire ... proprio con assoluta certezza.

« Ma non sono mica cieco! » pensò. Comunque non ci vedeva proprio bene, e che razza di confusione,  in testa.

« Sarà meglio rallentare ... via il gas ».

Ma il piede si era fatto pesante, schiacciato sull'acceleratore, mentre lui scivolava con la schiena sul sedile.

Doveva fermare ad ogni costo la macchina... il freno! niente: il piede destro era senza forza. Giunse improvvisamente, al galoppo, il terrore. Nero, buio senza scampo. Come l'aveva immaginato altre volte... ("se accadesse così un giorno o l'altro?"). Forse il rettilineo era finito. Il volante era inafferrabile.

I giornali avrebbero detto "Colto da improvviso malore perdeva il controllo della vettura ..."

Un banale svenimento, accidenti! La macchina urtò di striscio da qualche parte. "Avrebbe guidato il tuo compagno ora, vedendoti in questo stato, ma hai fatto tardi alla riunione e lui non ha potuto accompagnarti" sembrava dirgli qualcuno.

«Ma no - si rispose Francesco un attimo prima di schiantarsi contro un bulldozer in sosta sulla banchina.- Non era possibile che andasse diversamente. Tutto determinato».

 

               Perleviter emendata in situ internet imprimatur fabula anno MMVI