Sonno Pesante

Racconto: opus 17 n. 2

Interstellare Chimaera. Prima missione su Àliban.

Dal rapporto di Alexander Ženisek, ispettore generale.

Quando giungemmo al villaggio di Mouthe la neve ricopriva tutte le cupole delle abitazioni ed imbiancava anche le strade su cui non si vedevano orme di pedoni mentre sotto le luci pubbliche le rare strisce dei carri elettrici venivano rapidamente cancellate dalla fittissima precipitazione di neve e granuli di ghiaccio.

Scendemmo con il battello Ulixes sulla piazza accanto all'abitazione del Coordinatore di zona, Everal Malinth, una costruzione "a doppia altezza"che ricordava un po', su scala leggermente ridotta, certi municipi di campagna della mia Boemia, lontana 276 anni-luce.

O forse ero io che volevo ricordare. Ma per vedere, sia pure come una stellina gialla non particolarmente brillante, il Sole che in quel momento (sulla Terra era aprile) illuminava il mio Paese, dai Tatra alle guglie ed ai palazzi dorati di Praga, occorreva prendere attentamente dai computer le coordinate e servirsi, quanto meno, di uno dei telescopi ausiliari della Chimaera.

Della nostra nave avrò certo occasione di parlare anche in qualche altra cronaca. In questo viaggio ci aveva condotto già su quattordici pianeti di diversi sistemi. Ora eravamo da qualche settimana presso Àliban, il quarto corpo di una qualche importanza in ordine di distanza (126 milioni di chilometri) da Vila, una "nana" giallo-arancio di tipo G 6, un po più piccola del nostro Sole.

Non avevamo avuto particolari motivi di preoccupazione e neppure la centesima parte delle disavventure politiche, diplomatiche, ecologiche ... che avevamo incontrato su qualche altro pianeta e che prima o poi dovrò decidermi a narrare ... in parte ed in sintesi, s'intende, altrimenti andrei avanti per secoli.

Ora però devo ricordare che su Àliban, a 62 gradi di latitudine, il clima, già in "autunno", è rigidissimo. L'asse del pianeta è inclinato di circa 32 gradi rispetto alla perpendicolare del suo piano di rotazione intorno a Vila e quindi i circoli polari si trovano ovviamente a soli 58 gradi dall'equatore. Inoltre l'anno è di qualche settimana più corto del nostro e quindi si fa presto a passare dalla tuta leggera alla necessità del mantello di pelliccia termica.

- Un posto adatto per quelle specie di orsacchiotti di peluche - diceva Weber, l'astrofisico che era con noi sull'Ulixes, riferendosi agli abitanti di Mouthe che, come tutti gli Alibaniani, erano naturalmente coperti da una fitta peluria dorata simile alle piume di certi uccelli molto giovani. Ma gli "anatroccoli" (come si diceva, anche, qualche volta) avevano un aspetto ed uno stile elegante, con le loro figure slanciate, i grandi occhi di color verde smeraldo, o azzurro intenso o di un nero assoluto e tuttavia brillante, sempre molto espressivi e vivaci, e le capigliature ondulate dai riflessi iridescenti.

Il fatto che sul villaggio cadessero già la prime forti nevicate significava che la stagione non concedeva dilazioni speciali per nessuno in quel periodo in cui, anche quando la biondo-dorata Vila appariva nel corso di qualche schiarita, descriveva evidentemente archi sempre più stretti dall'alba al tramonto dei pallidi giorni di Àliban.

Nessuno di noi era mai stato su Àliban prima d'ora e le nostre conoscenze degli usi e costumi, come si dice, dei popoli che l'abitavano erano piuttosto sommarie, anche se nel corso di qualche settimana la Chimaera, preparandosi all'arrivo, aveva stabilito un contatto radio continuo. onostante le Nonostante le difficoltà linguistiche, eravamo riusciti in sostanza ad intenderci su varî argomenti.

Dovevamo sempre trovare qualcosa su diversi pianeti: informazioni generali, macchine, materiali grezzi o prodotti finiti per quanto possibile, componenti per nuovi elaboratori, culture batteriche, metalli pesanti, resoconti di controversie politiche, piante, animali, veicoli, strumenti ...

Mentre la Chimaera rimaneva in orbita stazionaria, le navette e i due grandi battelli, l'Ulixes e il gemello Diomedes, operavano all'occasione sia come traghetti orbitali, sia come mezzi aerei o al suolo per imbarcare e sbarcare in pratica qualsiasi cosa.

Su Àliban, in relazione al programma di completamento dei sistemi di osservazione dell'Unione Interplanetaria in tutte le frequenze, dovevano trovare (tra l'altro) oro, alluminio, torio, mercurio .

Ma soprattutto interessave il tungsteno che gli Alibaniani potevano ricavare da rocce in giacimenti molto superficiali, messi in pratica allo scoperto dall'azione erosiva degli agenti atmosferici e soprattutto degli antichi ghiacciai: in pratica si trattava di scheelite e wolframite, ma la percentuale di tungsteno era assai più elevata di quella riscontrabile in media in rocce simili sulla Terra e su molti altri pianeti.

Non starò ad illustrare i motivi facilmente intuibili per i quali gli Alibaniani furono ben lieti di partecipare ad un programma che contribuiva in misura non trascurabile allo sviluppo delle loro conoscenze.

Si diedero da fare per offrirci, insieme al resto, anche tutto il tungsteno di cui avevamo bisogno, nonostante le difficoltà della stagione.

Purtroppo non potevamo scegliere anche la stagione adatta - e del resto dovevamo spesso lavorare alle più diverse latitudini - né rallentare l'esecuzione dei programmi oltre certi limiti assai ristretti. E due tra le zone più ricche di minerali di tungsteno erano nell'emisfero settentrionale dove era già autunno avanzato: quella più antica, ormai quasi esaurita, a Mouthe, a 62 gradi e quella nuova, ricchissima, a Selinthe, oltre 11 gradi più a nord, 1540 chilometri, corrispondendo un grado di latitudine alibaniana a circa 140 chilometri. Ma Selinthe non si trova sullo stesso meridiano e la sua distanza da Mouthe supera di poco i 1650 chilometri.

In realtà il grande giacimento di Selinthe non era stato ancora mai utilizzato, poiché non si erano presentate reali necessità di un'impennata nella produzione. Con l'annuncio del nostro arrivo tutto era cambiato: prima che la Chimaera si collocasse nella sua orbita stazionaria, l'attività, iniziata con i caratteri della grande urgenza, era già a buon punto pur tra mille difficoltà ed i tecnici alibaniani si preparavano alle ultime fasi nel timore di un improvviso peggioramento del clima. La necessità di produrre quanto più possibile al più presto non aveva neppure permesso la costruzione di una vera base permanente e gli alloggiamenti non offrivano garanzie di sicurezza contro il terribile inverno artico di Àliban.

Tuttavia le squadre inviate a Selinthe - ci spiegò rapidamente il Coordinatore Everal Malinth - erano rimaste al lavoro, mentre noi eravamo ancora sulla Chimaera, quindici giorni oltre la data in cui normalmente si sospendeva ogni attività anche a latitudini molto meno alte, per completare l'estrazione del materiale che sarebbe poi stato arricchito in diversi stabilimenti con l'eliminazione del settanta per cento delle impurità e quindi ulteriormente selezionato prima di essere imbarcato sull'Ulixes che lo avrebbe portato ai laboratori della Chimaera in orbita al di sopra di Àliban.

Ora i tecnici avevano quasi tutti lasciato Selinthe ed erano transitati a Mouthe dove avevano scaricato il materiale dai grandi elettrocingolati e se ne erano andati a casa per un più che meritato riposo. Alcuni erano talmente debilitati che avrebbero avuto bisogno di un bel po' di tempo per riprendersi. In qualche caso erano necessarie cure specifiche e accurati controlli medici.

Solo una squadra di sette individui era rimasta per disattivare gli impianti (dei quali tuttavia ben poco si sarebbe salvato) e per portare gli ultimi due carichi mentre le scatenate correnti fredde avevano iniziato i loro furiosi caroselli.

I due velocissimi elettrocingolati a turbina avrebbero dovuto essere già da quattro o cinque giorni a Mouthe, ma in realtà non si poteva neppure essere certi che avessero lasciato Selinthe, poiché la radio taceva da una settimana. Si captava solo, intermittente e piuttosto debole, il segnale del radiofaro della miniera, con l'aiuto della riflessione intensificata dalla Chimaera in orbita. Brutto segno.

- Aspetteremo - disse Everal Malinth.

- Ci sentiamo un po' colpevoli - dichiarai.

- No, Ispettore, non devi scusarti - replicò Malinth -: abbiamo scelto noi di prolungare i tempi del lavoro. Del resto i nostri uomini sanno come regolarsi. Non è la prima volta che la radio fa i capricci o che il segnale viene cancellato dalle tempeste. Appena si avrà una schiarita si faranno vivi o li vedremo arrivare. O ... potremo andare a cercarli con i mezzi aerei che ora non possono assolutamente muoversi.

Ma sapevamo che a Selinthe l'energia doveva essere agli sgoccioli, poiché erano state usate anche le scorte di emergenza per alimentare gli impianti per l'estrazione, la cernita ed il carico del minerale.

In pratica la squadra stava già presumibilmente facendo i conti con la prospettiva di altre lunghe settimane di isolamento ... per non pensare al peggio. Anche le riserve alimentari non dovevano essere abbondanti, poiché si sapeva che il lavoro a Selinthe doveva terminare entro poco tempo e non si erano accumulate derrate per una stazione ancora provvisoria i cui impianti sarebbero stati distrutti dall'inverno. E, prima per i normali ritmi di approvvigionamento, poi per la condizioni del tempo, da venti giorni non c'era stato nessun tipo di rifornimento.

Andremo noi - dissi dando uno sguardo ai miei compagni. - Il nostro battello, l'Ulixes, può raggiungere Selinthe in meno di un giorno (sì, terrestre o di Àliban: la differenza non è molta). Naturalmente neppure il nostro battello può volare come un aereo normale, con questo tempo, ma può navigare sul cuscino d'aria, anche sopra i terreni pià aspri, anche a soli trenta centimetri dal suolo.

- Sarà bene muoverci subito - intervenne Hugo, uno dei due piloti dell'Ulixes interpretando il pensiero di tutti.

Vi ringrazio: Là ci sono già sicuramente grosse tempeste - disse Malinth accennando verso nord - ed è probabile che i turbocingolati elettrici non possano muoversi.

Poco dopo caricavamo le provviste sull'Ulixes.

- State attenti, però, anche voi - raccomandò il Coordinatore -. Potrete trovare molti imprevisti.

- Non dovremmo avere grossi problemi - risposi. - Saremo sempre in contatto su molte frequenze con la Chimaera e probabilmente con la vostra stazione di qui. Abbiamo anche due trasmettitori di emergenza.

In realtà sapevamo che le comunicazioni radio tra Mouthe e l'Ulixes sarebbero state ben presto difficilissime, se non impossibili.

L'atmosfera di Àliban non è molto più densa di quella della Terra, ma la grande quantità di polvere (in gran parte, verosimilmente, di origine vulcanica) è molto maggiore, e questo spiega già in parte, forse, la difficoltà delle comunicazioni con trasmettitori non molto potenti. Inoltre dovemmo notare che non avavamo mai visto una precipitazione così fitta sulla Terra. Per di più sembrava che aumentasse continuamente. Questo poteva essere il colpo di grazia. Ma almeno i potentissimi strumenti della Chimaera si sarebbero fatti sentire in qualunque condizione.

- Speriamo piuttosto che i tuoi compagni - disse Karl, l'altro pilota non siano rimasti proprio "a secco".

- Speriamo, ma, se così fosse, - rispose Malinth - dovrebbero fare per forza un bel sonno pesante, naturalmente.

Non c'era molto da ridere, ma evidentemente il Coordinatore non voleva aver l'aria di essere troppo preoccupato, per non influire negativamente su di noi.

Questo è quello che noi pensavamo, ma devo ricordare che era la nostra prima missione su Àliban e che la conoscenza reciproca tra noi ed i nostri ospiti era per vari aspetti davvero insufficiente.

Tutti i pochi adulti di Mouthe erano sovraccarichi di lavoro e del resto il sistema di navigazione dell'Ulixes era talmente sicuro da permettere di ritrovare un radiofaro in un oceano o anche "una lucciola in una foresta", come spesso si diceva.

- Sapete che vorrei venire con voi - disse Malinth fissandoci con i profondi occhi neri che non riuscivano più a nascondere l'ansia per la sorte dei compagni.

- Già - ribattè subito il biologo Arthur Burnes. - Così al ritorno troveremmo Mouthe nel caos.Non preoccuparti: Anzi, sarà bene che qualcuno di noi resti qui a darti una mano.

Decisi di lasciare a Mouthe lo stesso Burnes ed il più anziano esperto di controlli delle comunicazioni, Marcello Martini, detto "Nonno Antenna".

Partimmo in sei: oltre a me c'erano i due piloti, Karl Schüler e Hugo Wind, l'astrofisico Johann Weber, la dottoressa Lidia Svoboda, mia compatriota, e l'ingegnere elettronico Julius Hand.

Dopo un'ora di viaggio il vento sferzava l'Ulixes a 120 chilometri all'ora, ma le settecento tonnellate del battello rappresentavano già ottimi argomenti contro il timore di sbandate pericolose, mentre procedevamo a poche decine di centimetri o anche a due o tre metri dal suolo sul cuscino d'aria.

Ma la sicurezza diveniva quasi assoluta con gli stabilizzatori automatici a getti, governati da un computer indipendente: Kalypso. Il nome ci era sembrato molto adatto, visto che la famosa ninfa dell'Odissea era riuscita a tener fermo, e piuttosto lontano da casa, l'Eroe al cui nome il nostro battello si ispirava.

Ma in qualche modo eravamo stati troppo ottimisti.

Dopo quattro ore di viaggio perdemmo il radiofaro di Selinthe su tutte le lunghezze d'onda.

- C'era da aspettarselo - commentò Julius Hand quando il segnale era ormai assente da vari minuti.- Giungeva già molto debole.

- Ci arriviamo comunque - assicurò Weber. - La rotta è definita con un decimo di secondo d'arco di approssimazione.

Ma Kalypso non poteva mandare ordini ad una coppia di sta- bilizzatori in avaria. Questo no. E dalla decima ora di viaggio dovemmo procedere a velocità ridotta, talvolta al di sotto dei trenta all'ora, mentre la tempesta si faceva più violenta e le visibilità era praticamente nulla. Non vedevamo che un un muro bianco davanti ai potenti fari frontali della nostra navicella e i rivelatori a onde potevano avvertirci di un ostacolo improvviso qualche decimo di secondo prima che ci venisse addosso.

Dalla Chimaera ci diedero tutto l'aiuta possibile, ma naturalmente sulle asperità nascoste nella tremenda bufera non potevano trasmetterci che informazioni generali.

Non c'era neppure da meravigliarsi che da Mouthe non si ricevessero da varie ore segnali, in quelle condizioni.

Ma perfino le comunicazioni con la Chimaera divenivano sempre piiù difficili. Noi ricevevamo a tratti con chiarezza le trasmissioni ma loro qualche volta non ci rispondevano a tono. Evidentemente i nostri messaggi non giungevano sempre chiari poiché i nostri trasmettitori, per quanto potenti, erano enormemente più deboli di quelli della grande nave sopra di noi.

Poi, dopo 32 ore dall'inizio del viaggio, uno sperone di roccia sulla sinistra aprì uno squarcio sul fianco del battello. Karl e Hugo avevano evitato all'ultimo momento, per un soffio, l'urto frontale, ma il colpo fu comunque violento. Ci fermammo. Isolammo il compartimento colpito per evitare di far invadere tutto il veicolo dall'atmosfera esterna a 45 gradi sotto zero. Insieme ad altri strumenti una delle bussole giroscopiche era stata schiacciata dai blocchi di ghiaccio che avevamo imbarcato.

Weber si precipitò sulla dritta per controllare l'altra: la caduta di una barra di sostegno del rivestimento, causata dall'urto, l'aveva messa fuori combattimento insieme ad un piccolo radar.

Eravamo ancora ad oltre quattrocento chilometri da Selinthe ed a milleduecento da Mouthe, da cui non ricevevamo ormai da tempo alcun segnale.

Ora dovevamo procedere con le bussole magnetiche "di precisione". Ma conoscevamo i capricci e la debolezza del campo su Àliban.

In quelle condizioni era come chiedere la strada in un posto sconosciuto, in una di quelle notti in cui la nebbia "si taglia con il coltello" ad un turista ubriaco.

Inutile dilungarsi. ad un certo punto cominciammo a temere che non saremmo mai giunti a Selinthe.

Era possibile ritoprnare a Mouthe ... forse, se si riusciva a riprendere magari un fruscio della radio di Malinth dalla quale Nonno Antenna stava certamente sgolandosi pet farsi sentire. Oppure potevamo metterci in assetto verticale ed accendere il sistema di propulsione per il salto orbitale verso la Chimaera. In ambedue i casi la conseguenza era la condanna a morte delle squadra alibaniana a Selinthe.

Non potevamo, ovviamente, viaggiare in quella situazione come un aereo da turismo a qualche centinaio di chilometri all'ora. Con i getti del "cuscino d'aria" potevamo rimanere per qualche tempo anche a quote di parecchie decine di metri, ma la velocità orizzontale in tal caso decresceva fino ad annullarsi perché dovevamo sottrarre energia ai getti di traslazione. Inoltre qualunque crisi di stabilità, a certe altezze, poteva preludere ad una tragedia. Ora, poi, con gli stabilizzatori in avaria e con quel vento, pensare di apriie anche di poco le ali per avere un minimo di portanza e "fare l'aereoplano" voleva dire essere ammaliati dalla prospettiva di una candida tomba tra i ghiacci boreali di Àliban. In realtà l'Ulixes doveva spesso strisciare quasi come una slitta per evitare di sbandare o di rovesciarsi.

Ci fermammo altre volte per diversi guasti o per evitare altri incidenti nel corso dei giorni successivi. La durata del viaggio si dilatava enormemente rispetto alle previsioni e non se ne vedava la fine.

Eravamo destinati a concludere il nostro viaggio come l'Ulisse dell'Odissea, come il mitico Odysseus, appunto, che infine torna a casa e, sia pure a fatica, dopo scontri tremendi, si ristabilisce in patria?

O forse la nostra sorte era quella dell'Ulisse di Dante?

All'inizio del settimo giorno la tempesta si calmò rapidamente. Il vento aveva superato per lunghi periodi i 170 chilometri all'ora, in qualche caso aveva toccato i 200. Ma in tre o quattro ore calò decisamente mentre spazzava via le nubi da gran parte del cielo. Era notte fonda e riuscivamo a vedere solo le stelle più brillanti, poiché l'atmosfera rimaneva tuttavia molto velata.

Dalla Chimaera ora ci sentivano bene. Ma da Mouthe neppure un sospiro. Il centro dell'uragano si era spostato verso sud e ci tagliava ancora fuori da ogni contatto con Everal Malinth e con i due nostri compagni che erano rimasti con lui al villaggio.


 

Allora sullo schermo del radar principale apparve per un momento il segnale del radiofaro. Eravamo forse a trenta o quaranta chilometri dalla miniera di Selinthe. Ci sollevammo ad una quindicina di metri di quota sulla distesa ondulata per qualche minuto.

Dopo un quarto d'ora il segnale apparve ancora, debolissimo.

Non ci sentivamo ottimisti sulle condizioni in cui potevano trovarsi i tecnici alibaniani. Sapevamo che il radiofaro funzionava automaticamente. E la grande rarità dei segnali indicava forse un grave guasto, con forte perdita di energia e l'apparecchio risparmiava al massimo l'energia residua. Da ventisette giorni a Selinthe non era arrivato alcun rifornimento.

Finalmente, dopo la lunga tenebra, vedemmo la luce di Vila dal lato orientale del cielo, molto verso sud, naturalmente. Sarebbe durata poco, date la latitudine e la stagione. Ma intanto la massiccia torre metallica del radiofaro si delineò davanti a noi, benché bianca sul bianco dello sfondo, mentre dalla Chimaera giungeva la conferma che eravamo giunti a destinazione.

Inoltre il Diomedes, dopo un balzo suborbitale da quaranta gradi sud, avrebbe toccato il suolo entro pochi minuti in una zona relativamente calma a quattrocento chilometri da noi. In quattro o cinque ore, anche meno se il clima continuava a migliorare, poteva essere in grado di raggiungerci.

Scendemmo su una vasta depressione presso le baracche dalle coperture a cupola che dovevano permettere alla neve di scivolare, almeno in parte. Gli impianti di sollevamento, i cingolati e i grandi cumuli formati dai detriti delle escavazioni si potevano immaginare sotto il ghiaccio che impediva di vederli direttamante mentre ci nascondeva anche le aparture delle baracche.

Lo strato bianco poteva essere alto in media tre o quattro metri: era quasi solo quello delle ultime tempeste, poichè in precedenza la base, finché era rimasta in piena efficienza, era stata tenuta sgombra per quanto possibile con i turbocingolati che avevano ammucchiato neve e ghiaccio, cosicché ora le costruzioni si trovavano in una specie di cratere dalle pareti in dolce pendenza.

Ci accorgemmo che in alcuni punti le cupole delle baracche avevano ceduto sotto il peso della neve ed anche sulle pareti si notavano rotture in corrispondenza, sembrava di capire, delle finestre investite per giorni da raffiche di vento che portava neve e granuli di ghiaccio anche a duecento all'ora.

Temevamo molto qualcosa di simile, ed era accaduto.

Ma gli Alibaniani potevano comunque essersi salvati in profonde buche scavate appositamente dentro le baracche sotto il pavimento con le macchine usate per estrarre il minerale, più che negli scavi stessi della miniera, troppo larghi e superficiali per costituire buoni ripari.

Calandoci dai tetti sfondati o dalle finestre cominciammo ad ispezionare tutte le baracche. In effetti in tutte il pavimento si trovava già originariamente parecchio al di sotto del livello del suolo e la parte delle costruzioni che si trovava al di sopra era forse la minore, ma la tamperatura degli angoli più caldi era sempre di almeno venti gradi sotto lo zero. Un saggio con la trivella mostrò che il terreno era gelato in profondità per diversi metri.

Cercavamo affannosamente da due ore dentro le costruzioni e fuori, alla debole luce di Vila che già ci stava abbandonando alla notte boreale, quando si sentì la voce di Karl che pochi metri davanti a noi si era attardato ad ispezionare una sezione di una baracca dentro la quale si era introdotto aprendo un varco nella parete ghiacciata.

- Venite qui! Hugo, Dottoressa Svoboda, Ispettore!

Entrammo. Alla luce delle torce elettriche delle tute termiche riuscimmo appena ad intravedere Karl che aveva trovato, sul pavimento di quella sezione della baracca, la copertura di una grossa botola e tentava di sollevarne il pesante coperchio metallico.

Julius Hand venne insieme agli altri ed accese la potente fotoelettrica illuminando a giorno l'ambiente: Sul coperchio c'erano delle scritte di vernice che non era facile decifrare su due piedi, ma anche uno schizzo che rappresentava sette forme dall'aria "umana": i sette tecnici di Àliban, certamente!

Aiutammo Karl a sollevare il coperchio e le assi di legno che stavano sotto.

Scendemmo lungo una ripida rampa che conduceva ad una grotta scavata profondanente nella roccia e sbucammo in una stanza circolare di circa quattro metri di diametro. Il soffitto era un'alta cupola.

Vedemmo prima un tavolo ed alcune sedie al centro. Lungo tutta la parete notammo poi delle nicchie, sette, in ognuna delle quali si trovava disteso un corpo avvolto nella tuta pesante che lasciava vedere solo le palpebre chiuse e uno stretto margine della fronte e delle tempie ricoperte dalla peluria dorata che si confondeva con qualche ciocca iridescente delle chioma.

Rimanemmo fermi, muti volgendo lo sguardo intorno.

I nostri buoni amici che ora vedevamo per la prima volta erano morti. Per noi.

E per colpa nostra. - disse Hugo in un gemito che sembrò un grido lacerante.

Lidia Svoboda, allora, si accostò ad uno dei corpi nella sua nicchia, gli toccò la fronte.

Si tolse il cappuccio termico e noi la imitammo. Non sentivamo più il freddo né la stanchezza, del resto.

Poi la dottoressa scostò a fatica un guanto dell'alibaniano. Sentì il polso, a lungo. Si volse verso di noi coprendosi il volto con le mani.

Per il progresso della scienza! - disse Weber serrando i pugni.

- Per la nostra dannata fretta! - disse Karl.

LIdia infilò le mani attraversol'allacciatura di uno stivale che era riuscita ad allentare. Ricordava l'arteria della caviglia, che aveva sentito ad altri alibaniani poco prima del nostro arrìvo a Mouthe.

Nulla, nulla! - disse - Per quanto ne so io questi possono essere morti da quattro giorni.

Sentì la fronte di altri corpi. – Sono ... freddi. quasi alla temperatura della stanza... quasi.

Per noi, per colpa nostra - ripeté Hugo -. Siamo noi i colpevoli, i loro amici " spelacchiati". Ricordi, Karl, come ci rispondevano, quando li prendevamo in giro? Questi, ormai, non ci diranno più nolla, poveri anatroccoli!

C'era l'ordine e la pace di una tomba di antichi eroi. Non era sinistra, ma infinitamente triste, questo sì.

La luce della grande fotoelettrica manovrata da Juluis Hand tremò.

- C'è in giro ancora del cibo. Delle scatole intere - disse Julius. - Perfino delle riserve di carburante, guardate. E quei termofori chimici: potrebbero essere ancora in grado di funzionare, addirittura ... E' strano.

Non tanto, Julius - intervenne Weber. - Sapevano di essere agli sgoccioli e allora ...

-Allora cosa?... Che vuoi dire? - fece Hugo. - Poi guardò me che ero rimasto in silenzio da quando eravamo entrati.

- Weber pensa - di chiarai - che i nostri amici si siano uccisi ... si siano lasciati morire.

Johann Weber fece un cenno affermativo.

- E' possibile - disse. - Sapevano di dover rimanere qui in queste condizioni fino alla prossima primavera. Qualche scatola di alimenti e due contenitori di carburante avrebbero solo prolungato il tormento.

Già. Questo spiegava anche il motivo per cui si erano "messi in ordine". Forse era nel loro stile. Che cosa sapevamo noi, sbarcati dalla nostra nave da pochi giorni, della loro mentalità, del loro atteggiamento di fronte al pericolo ed alla sofferenza? In questo poco tempo avevamo parlato quasi solo di "affari". Non avevamo neppure un'idea della loro fisiologia, altro che mentalità e carattere! Chi poteva dire come si comportava uno di Àliban di fronte alla morte? Evidentemente qualcuno di loro si comportava proprio così. Lidia continuava a girare lungo la parete e guardava uno per uno i corpi distesi nelle nicchie.

- Però... potevano sperare in una spedizione di soccorso - osservò julius Hand facendosi aiutare ad appoggiare la pesante fotoelettrica sul tavolo.- Sapevano che dalla Chimaera poteva venire qualche aiuto e magari, nel corso di una schiarita, come quella che poi si è verificata...

- Ma che sapevano loro della Chimaera­? - ribattè Karl - Sapevano solo che era lassù con settecento terrestri, i loro "nuovi amici" di cui non avevano mai visto le facce spelacchiate. Che poteva fare la Chimaera per loro?

- E' così - soggiunse Hugo. - Questi sette suicidi ci fanno sentire sette volte omicidi. Non potevano più sperare, i nostri orsacchiotti.

Un fulmine: una di quelle idee assurde (e stupide, anche) come "se avessi le ali" o "se potessi leggere nel pensiero".

Lidia! Sei sicura di aver sentito bene il polso? Sei sicura ...

- Alexander! - mi interruppe Weber guardandomi severo - Non devi metterti a delirare. Sta’ zitto, Alexander. Calmati.

No. No, Johannes. Un momento. - Guardai gli altri. - Datemi un momento. Cinque minuti.

Sul viso di Lidia passò per un attimo una luce. Parla, Alexander - disse. - Parla.

- E va bene - fece Julius senza entusiasmo, pensando evidentemente che dare sfogo a qualche idea folle avrebbe giovato ai miei nervi sconvolti.

Respirai a lungo.

No - dissi. - Fate come se non ci fossi, per qualche minuto. Per favore.

Lidia fece cenno ad altri di assecondarmi. Mi accostai ad uno dei corpi, quello di fronte all'ingresso della sala. Presi il polso. Poi, volgendo le spalle ai miei compagni, con la voce più distaccata che riuscii a trovare, cominciai a parlare lentamente.

- Non è la prima volta che si sente dire che certi animali ... certi esseri viventi ... in condizioni particolarmente sfavorevoli ... adottano un sistema di sopravvivenza particolarmente efficace, riducendo il consumo di energia attraverso un drastico rallentamento dei processi vitali di base... del metabolismo... E cosa sappiamo noi di questi "orsacchiotti"? Già: la parola mi ha ispirato quando l'ho sentita ripetere da Hugo ... No, ancora un momento. - Continuai:

- Julius: la temperatura di questa stanza è forse di un grado o due sopra lo zero. Siamo tutti senza cappuccio termico e ... possiamo rendercene conto. Quasi tutti ci siamo tolti i guanti, quasi senza accorgercene. E questo corpo, come quello dei suoi simili, è ancora meno freddo dell'aria della camera: tre, quattro, cinque gradi? Forse ...

Sempre tenendo il polso del mio amico inerte mi volsi a guardare i compagni. Mi accorsi che la dottoressa aveva già preso il braccio sinistro dell'alibaniano accanto. Weber e gli altri si avvicinarono a loro volta ai corpi che giacevano nelle nicchie.

Silenzio ! - disse Lidia. Intendeva dire che il silenzio doveva continuare.

Passò un'eternità.

Il braccio non era così rigido come poteva sembrare: l'impressione dipendeva almeno in parte dalla pesante tuta.

- Sì . disse la dottoressa. - Si!... E' debolissimo. Ma ... batte!

Era davvero debolissimo, ma poi riuscimmo a sentirlo anche noi su tutti e sette i corpi che si trovavano nelle nicchie lungo la parete della stanza circolare: una volta ogni 70-80 secondi il cuore pulsava ed il polso (o la caviglia o la tempia o altri punti) rivelavano con un leggero rigonfiamento che durava un paio di secondi il passaggio di sangue melle arterie.

Prevedendo altre settimene o forse altri mesi di isolamento nel deserto ghiacciato - come fanno in circostanze simili sulla Terra gli orsi, gli scoiattoli (o talvolta, a modo loro, i rondoni), mentre gli uomini ed altri animali non ne sono capaci - i nostri amici avevano rallentato il loro ritmo di vita fino ad uno stato di torpore tanto profondo da apparire simile alla morte, in attesa di tempi migliori.

Un carattere per qualche aspetto un po' primitivo forse, ma in certe situazioni estremamente efficace, per Bacco!

La conferma della correttezza della nostra ipotesi venne poco dopo dalla lettura (anche se con qualche difficoltà linguistica) di una registrazione che trovammo su uno scaffale. La risentimmo non so quante volte: entro tre giorni i nostri amici si sarebbero risvegliati per saggiare le condizioni dell'ambiente e ritornare nuovamente in stato di torpore, se necessario. Ma non sarebbe stato necessario.

Dall'interno della stanza sotterranea non potevano mandare né ricevere segnali.

Julius . dissi appena uscimmo - trasmetti per favore alla Chimaera e al Diomedes (appena potremo lo diremo anche a Malinth ed agli altri) che i tecnici alibaniani rimasti a Selinthe stanno bene. Dormono. Ed hanno proprio il sonno pesante.

gennaio 1987

LFS